sabato 13 luglio 2013

אמת

Sarà che ha ragione Vicio, compagno di scampanellate a orari improponibili e albe viste insieme. Di interminabili passeggiate in bici, di riflessioni, di idee, di discussioni, di avvicinamenti e allontanamenti.  Di suonate e versi. Di vino e poeti. Ha ragione, Vicio: non so elaborare il lutto. Non sono in grado, ho sufficiente onestà intellettuale da riconoscerlo. Non so se esista, effettivamente, un metodo. Ma la realtà va accettata. A questo punto, con serenità, anche.

Passano i mesi, si alternano stagioni. Non ci sei più. Nessuno può farci niente. Nessuno può fare altro, per me. Tutti hanno fatto tutto e dato tutto quello che umanamente  si possa dare. Me lo devo tenere e basta, questo dolore, questo masso dentro.

Passano i mesi, passa il tempo. Più passa, più realizzo il vuoto che hai creato. La voragine, che non c’è niente che possa colmarmela. Giornate sembra addormentata. Poi si sveglia, di colpo. Parte dalle gambe, non le sento più, poi sale e lo stomaco si chiude, poi stringe il cuore – forte, lo stringe – da gridare “basta, me lo scoppi, così!”. Non si arresta davanti a niente, fino a prendermi la testa. E allora mi sento impazzire. Dove sei? A questo punto finiscimi, ti prego. Mi ritrovo disperata, senza via di uscita, con la sensazione che non ci sia più niente da fare qui. Che non ci sia niente per cui valga veramente la pena. Dimmi come posso fare. Dovrei lasciarti in pace, forse è cieco egoismo. È possesso. Ma non posso dimenticarti, non voglio. Non posso credere sia successo davvero a te.

Io li vedo, i tuoi occhi, me li ritrovo davanti. Anche ora. Ti vedo quando inavvertitamente mi trovo assorta in quelli di qualcun altro. Li vedo quando mi guardo allo specchio. Continuo a cercarteli.

Ultimamente mi vieni a trovare, di notte. In un tempo sospeso facciamo cose semplici. Come era. Parliamo, a colazione, mi spalmi la marmellata su una fetta biscottata, salgo in macchina, scoppio a ridere perché chissà come ti è venuto di metterci dentro quel dannatissimo deodorante, che ormai non sappiamo più come liberarcene. Apro i finestrini. Rido, ridi. Ci perdiamo a guardarci. Sorridiamo. Ci perdiamo l’uno nell’altra. Poi mi sveglio. Ed è inverno. È inferno.

Non è ebraico, non è sano, non è razionale, non è giusto, non è sopportabile, non è tollerabile, non è giustificabile. Mi riempio le giornate, di impegni, di volti. Ma, onestamente, lucidamente, niente importa, non c’è nulla che mi interessi davvero. Realizzo che, in fondo, faccio cose che non vedo l’ora di poterti raccontare, di poter condividere con te. Chi mi ama inizia a malsopportarti.

Qualche sera fa, a centinaia di chilometri da Milano, persone che non vedevo da un anno mi hanno chiesto di te. Non hanno saputo niente e con una naturalezza da mettere i brividi mi hanno chiesto dove fossi. Perché non passa questo dolore, perché non si affievolisce, perché si spalanca e si espande sempre di più? Come faccio, senza i tuoi occhi? Non mi fanno più dormire.

lunedì 13 maggio 2013

Stelutis Alpinis

Succede. Anche quando pensi di non essere pronta. "Da' retta, Querida: quando si dice 'forse', si è già innamorati": prima di ripartire la mia Sorella nell'arte mi lascia con un bacio in fronte e la promessa di prendermi cura di me, di mangiare, di ridere tanto, di andarlo a trovare presto, di studiare le declinazioni dei verbi e di fare "chaim", di fare "vita".

Accendo il pc, mi telefona la mia amica. Ti guardo mentre cammini, di spalle, col tuo cappellino rosso e gli scarponi: c'è la neve intorno e un panorama mozzafiato di quelli che ti toglievano il respiro, davanti. Momenti mi squarci il cuore, altri mi scappa da ridere, come quando ripenso ai tuoi caffettacci tremendi e agli accessi di testardaggine. Chissà se avresti voluto che ti portassero via, da dove ti ha inghiottito. Non sono venuta a salutarti, non ho voluto vederti chiuso in una bara. Ne parlo con lei, ci sentiamo una cosa sola.

"Se un mattino tu verrai fino in cima alle montagne troverai una stella alpina che è fiorita sul mio sangue. Per segnarla c'è una croce, chi l'ha messa non lo so. Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò. Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò.
Tu raccogli quella stella che sa tutto del tuo amore, sarai l'unica a vederla e a nasconderla sul cuore. Quando a sera sarai sola non piangere perché nel ricordo vedrai ancora tu e la stella insieme a me. Tu e la stella insieme a me".

lunedì 1 aprile 2013

Quando senti il sole

"A costo di appenderti e di tirarti su io". Anche se mi ha sfondato il cuore?, chiedo al telefono al mio amico da Roma, a cui ha portato via il padre. "Te la devi riprendere o non ne esci più", mi dice mio babbo, anni di soccorso alpino e amici visti inghiottire. Lo sento da me, che è ora di tornare a sentirmela addosso, la montagna. Di fare i conti contro la roccia, di urlarle contro e di riacquistarne fiducia. Come di colpo, nel mezzo di una mattina di sole, guardandomi allo specchio: richiamo, bisogno di fisicità esclusivo, di lasciarsi penetrare. Anche se mi basta pensarla per sentire ancora dolore. Anche se no, non la posso perdonare. Riparto dalle mie, infatti: affetti, silenzio, aria, nodi alla corda. Le mani, la magnesite.

Entra Pesach, esco dal mio Egitto ed è bellissimo. Capisco finalmente quello di cui voglio occuparmi, di chi voglio circondarmi. Poi arriva finalmente anche Shabbat ma Milano perde Jannacci. Ci sale una gran voglia di trovarci a cantare, andiamo dall'Hidalgo. Cominciamo a farlo dalla tromba delle scale: "E allora sarà ancora bello quando ti innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori...". Racconto di un primo maggio di qualche anno fa, quando Enzo ha improvvisato un breve concerto alla palazzina Liberty. Lo stesso angolo di Milano dove nel 1974 ha suonato insieme ad altri per festeggiare la vittoria al referendum per il divorzio. Andarlo a salutare ci è sembrato doveroso.

Entra nel vivo anche l'ultima fatica dell'Errante, che esce in settimana. Due anni di sudori e notti in bianco, hard-disk scarrozzati in giro e testate nei muri, riunioni e discussioni, crisi e pause, litigi e comunioni. Alla fine, è fatta. "E non ci credi ancora. Ne sei venuto fuori e non ci credi ancora. E c'hai la pelle d'oca e non ci credi ancora".

martedì 19 febbraio 2013

Purim

Ti vedo, d'un tratto. Davanti ai miei occhi. Mi sorridi ed io cerco di guardare nei tuoi, venendoti incontro. Sei vestito come l'ultima volta. Allora non è niente!, mi dico, "Sei tornato!", ti dico. Ma allora rientra la realtà. Grido, come non potendo fare altrimenti, e mi sveglio seduta sul letto. Ho svegliato anche l'Errante, che mi cinge con un braccio. Ho svegliato Sansone, che arriva e mette il muso nel palmo della mia mano, che penzola dal bordo. Resto immobile, stesa su un lato. Guardo davanti a me, poca luce filtra dalla tapparella, penso che non passa.

Ultima settimana di campagna elettorale, la più brutta di quelle che ricordi. In compenso, per la prima volta e finalmente, voterò a Milano. E la cosa mi emoziona. Tra chi parte per Eretz, chi si cimenta con la Meghillat, chi prepara le Orecchie di Aman, anche Purim è alle porte. È già Purim. Il sovvertimento delle sorti. Arriverai primavera, ah se arriverai.

lunedì 28 gennaio 2013

אֲנַ֫חְנוּ

"Faceva freddo. Il vento
mi tagliava le dita.
Ero senza fiato. Non
ero mai stato più contento".
Giogio Caproni, 'Allegria'

Neanche tre mesi, eppure pesanti anni.

All'Errante, appena riapprodato a Milano.
A me.

lunedì 21 gennaio 2013

La morte (non esiste più)

Ricordarti. Tenerti a mente, senza piangerti, senza la pretesa di volerti riavere qui, questo mi viene detto. Ricordarti, tenerti presente, pronunciare il tuo nome. Tenerlo vivo legandolo a un progetto, a un'iniziativa, forse a un premio, a una borsa di studio. Io, che non posso neanche chiedere il Kaddish.

Sotto casa tua, con la testa rivolta verso le tue finestre, a occhi chiusi, da immaginarle aperte. Più forte dell'amore è la morte. Ma quello che io provo per te, è la morte della morte. 

martedì 11 dicembre 2012

Lezioni di poesia

Mi passano accanto, per strada, macchine strombazzanti sormontate da improbabili hanucchiot illuminate a giorno. Passano, strombazzano, fanno allegria e un ragazzo mi grida dal finestrino "Buona festa di Chanukkà!". "Hag Sameach!", gli urlo. Lui allora si sbraccia, mi saluta, la macchina sfreccia, io penso alla sera a Tel Aviv.

Da quando non ci sei il blu non è più blu, il rosso non è più rosso, il sole scoperto dalla tapparella al mattino non mi dà niente, Milano mi sembra inutilmente grande e vuota.

Stasera mi passa uno di quei momenti terribili per cui nessuno può fare niente per tirarmi fuori. Ora mi alzo, metto due cose in borsa per la notte e vado a citofonare all'Hidalgo. Che mi addormenti suonando qualcosa. E se riesco a tenere i pensieri lontano da tutte le cose che mi fanno male, non riesco a tenerli lontano da te.