'Parole profonde, rispettose e lucide', 'Shalom', 'benvenuta', 'Mazel Tov' e alla fine, in consegna, 'Abbracciaci Roberto'. Custodito tra le pagine di un libro partito da lontano e passato di mano in mano, il biglietto l'ho trovato sul tavolo di casa. Leggo e rileggo e mi passa la stanchezza, passa il sonno, passa questo periodo di solitudine forzata in nome della “sicurezza”, sempre prima di tutto, anche della ragione, delle ragioni, del senno.
Passo le dita sul cartoncino lucidissimo, penso di incorniciarlo per non sciuparlo a furia di guardarmelo. Me l'avevano anticipato quanto sarebbe stata dura, ma non all'inizio, man mano che il tempo sarebbe passato: più ci avrebbe stretti, più ne saremmo stati coinvolti. Tra qualche giorno sarà trascorso un anno esatto da quando ho aperto una porta che non avrei dovuto, dietro cui tutto era come in attesa di passarmi dentro.
365 giorni o quasi. Prima e dopo. Panorami visivi e mentali che a vederli ridimensionati da un numero ti sembrano niente. Prendi a pensarli: incontri, passi, volti, chilometri, compagnie, strade, persone, parole, ore, risate, musiche, delusioni (poche, forse perché le rimuovo quasi subito), le notti bianche, quelle lunghe e i giorni senza notti, sguardi, case, mani, sedie, bagagli da fare e da tenere pronti, stanze, bicchieri, luci viste dai finestrini, silenzi, biglietti, appunti, scatti, canti, discanti.
Poche sere fa si discuteva - e si festeggiava - il rilascio del caporale israeliano Gilad Shalit e la liberazione di centinaia di detenuti palestinesi. Ho sostenuto con forza che no, non ci vedo niente di politico: la Politica, quella vera, penso debba essere tesa esclusivamente al conseguimento del bene comune. Sarei allora più propensa a parlare di sforzo diplomatico, ma in questo caso vedo solo il rischio che si tramuti in strategia crudele, incentivando e incoraggiando le parti a perseverare nella pratica di vite da prendere in ostaggio per ottenere altre vite in cambio. E quando è la mera strategia a rubare il posto alla politica, il pericolo concreto è la regressione allo stato di natura.
"Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti". Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter
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sabato 29 ottobre 2011
lunedì 26 settembre 2011
Remedios
"Sento che vi divertite e io sono sola: non è che posso stare un po' con voi?": la mia vicina di casa, origini campane e sulla settantina, intorno alle undici dell'altra sera. Al suono del campanello mi sono sentita morire: ho pensato che dopo le voci alte per una discussione piuttosto accesa, stemperata poi da Vicio che ha iniziato provvidenzialmente a suonare, la rimostranza ci stava tutta. Oddio, forse anche i vigili. Invece mi sbagliavo.
La discussione, dicevo, è partita appena ho rimesso piede in casa di ritorno da Torino. Tema: la Palestina. Cinque/sei le parti dibattenti. Il riconoscimento dello Stato, l'Onu, la figura di Mahmoud Abbas alias Abu Mazen, Obama e la sua campagna elettorale, l'Egitto, la Turchia, la Siria, l'Iran, la primavera araba che - a mio avviso - primavera ancora non è, perché non è chiaro il ruolo e il futuro di formazioni estremiste, dei Fratelli Musulmani, Netanyahu, Arafat, la Guerra dei sei giorni, quella del Kippur, Gaza e la Cisgiordania, Sharon - sì lui, Sharon - come dissolto dopo l'ictus. Insomma, tutto quello che può venire fuori quando un gruppetto di infoiatos si incontra. Con l'aggravante che io il Medio Oriente lo amo e lo amo alla follia, e non sono l'unica.
Poi Vicio ha preso a cantare Remedios, di Gabriella Ferri. E Pina, con la quale dall'età di 16 anni divido anche il sonno, ci ha rivelato che tra qualche mese arriverà Rebecca, o Samuele. Chissà, l'importante è che sarò io a stringerle la mano in sala parto, assieme a sua mamma. Io, che per fare le analisi del sangue torno a L'Aquila, dall'infermiere di fiducia, che mi ha vista crescere e che mi vezzeggia ancora come una bimba. Io che solo a sentire odor di ospedale svengo. Rebecca, Samuele o chiunque ci sia là dentro: sento che ce la farò.
La discussione, dicevo, è partita appena ho rimesso piede in casa di ritorno da Torino. Tema: la Palestina. Cinque/sei le parti dibattenti. Il riconoscimento dello Stato, l'Onu, la figura di Mahmoud Abbas alias Abu Mazen, Obama e la sua campagna elettorale, l'Egitto, la Turchia, la Siria, l'Iran, la primavera araba che - a mio avviso - primavera ancora non è, perché non è chiaro il ruolo e il futuro di formazioni estremiste, dei Fratelli Musulmani, Netanyahu, Arafat, la Guerra dei sei giorni, quella del Kippur, Gaza e la Cisgiordania, Sharon - sì lui, Sharon - come dissolto dopo l'ictus. Insomma, tutto quello che può venire fuori quando un gruppetto di infoiatos si incontra. Con l'aggravante che io il Medio Oriente lo amo e lo amo alla follia, e non sono l'unica.
Poi Vicio ha preso a cantare Remedios, di Gabriella Ferri. E Pina, con la quale dall'età di 16 anni divido anche il sonno, ci ha rivelato che tra qualche mese arriverà Rebecca, o Samuele. Chissà, l'importante è che sarò io a stringerle la mano in sala parto, assieme a sua mamma. Io, che per fare le analisi del sangue torno a L'Aquila, dall'infermiere di fiducia, che mi ha vista crescere e che mi vezzeggia ancora come una bimba. Io che solo a sentire odor di ospedale svengo. Rebecca, Samuele o chiunque ci sia là dentro: sento che ce la farò.
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