Di Perugia mi manca il jazz. Aspettavo per mesi quelle atmosfere, poi finalmente arrivavano, in ogni angolo di strada, fin sotto il mio portone. E ci restavano per giorni, si lasciavano respirare, travolgevano il resto. Non conoscevo Avishai Cohen ma sentirlo – e vederlo – suonare, oggi a Milano, è stato un incanto totale. Fuoriclasse anche i suoi due musicisti: Omri Mor, al piano, e Amir Bresler, alla batteria. A sommare le loro età, non s'arriva a sessant'anni.
Come ogni persona dotata di media intelligenza e buon senso, in questi giorni ho accolto con favore, sollievo e speranza il cambio di governo e la costituzione di un esecutivo tecnico, in Italia: niente politici, solo un team di esperti a cui da qui ai prossimi mesi toccherà rimboccarsi le maniche e – finalmente – lavorare seriamente, con competenza e rigore. “Hai spaccato un Paese – ha scritto Massimo Gramellini su La Stampa rivolgendosi idealmente all'ex premier Silvio Berlusconi -, abbassato l'asticella del buongusto al livello dell'elastico degli slip, desertificato i cervelli di due generazioni di telespettatori, abolito il senso di autorità e quello dello Stato (…), sdoganato un esercito di fascisti, razzisti, squinzie e buzzurri. Soprattutto hai sparato una quantità inverosimile di panzane”.
Stamattina, davanti ai tanto giovani quanto bravissimi musicisti di Cohen, ho provato amarezza. Ho pensato che quanto accaduto negli ultimi vent'anni in Italia è qualcosa di criminoso: l'ascesa e l'affermazione prepotente del populismo ha soverchiato il talento, violentato il rispetto, l'importanza, il bisogno di cultura, ha annientato la meritocrazia (ammesso abbia mai avuto vita facile, anche prima). "Povera Patria", cantava Franco Battiato. Povera, sì.
"Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti". Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter
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domenica 20 novembre 2011
martedì 28 aprile 2009
Aggiungi un posto a tavola
Dopo aver visto in televisione un documentario sul Medioevo che pullulava di terremoti, bancarotte, carestie, epidemie, dazi, balzelli, crociati, pirati, monaci questuanti, profeti di sventura e cavalieri che vollero farsi re.
Dopo essermi accorto che non era un documentario sul Medioevo, ma un’edizione del telegiornale (forse la presenza di Capezzone e Cicchitto avrebbe dovuto insospettirmi).
Dopo essermi alzato dalla poltrona e aver controllato che il ponte levatoio e le sbarre - pardon, l’antifurto e le grate - fossero in grado di reggere l’urto dei clandestini accampati giù a valle.
Dopo aver infilato l’elmo - il casco - sulla testa per proteggermi dai pericoli della strada, la mascherina sulla bocca per proteggermi dall’influenza suina (se si incrocia con l’aviaria avremo i famosi porci con le ali), l’impermeabile sulle spalle per proteggermi dalla bufera che imperversa nei cieli, il giubbotto antiproiettile sulle zone sensibili per proteggerle dall’insidia degli orchi e i peli sullo stomaco per proteggerlo dal ricatto dei postulanti che si assembrano ai semafori con l’occhio liquido.
Dopo aver fatto tutto questo, redatto testamento ed essermi confessato, ho preso la decisione più perigliosa della mia vita. Ho aperto la porta e sono uscito di casa.
Massimo Gramellini, Tempo di eroi, su La Stampa di oggi
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