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giovedì 25 febbraio 2010

Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato


"Siamo realisti, vogliamo l'impossibile". Me lo ha detto stamattina una mia collega che si è definita un'ex sessantottina e me lo ha detto con una vena non troppo dissimulata di nostalgia e tenerezza verso questo slogan. Mi sono venuti in mente gli operai sui tetti, i terremotati ancora negli alberghi sulla costa - come ha raccontato nella scorsa puntata di Presa Diretta l'ottimo Riccardo Iacona -, l'imprenditore vicentino che si è tolto la vita due giorni fa perché non sopportava l'idea di dover licenziare i suoi lavoratori, la rom che ho visto una mattina presto con un bustone di banane marce che si portava via con fierezza dal supermercato, una compaesana che si spaccia per mia amica con mia mamma per avere il voto alle elezioni comunali, lo sciopero degli immigrati del primo marzo, io che ho sognato stanotte di aver dormito a casa di Stu', Bertolaso, gli appalti truccati e i "furbetti" che continuano a spopolare in tutti i quartierini, Sandro Pertini, la satira di Cuore che forse non tornerà più e manca, dio quanto ci manca, mio papà che non posso vivere senza, Paolo Pietrangeli, che magari avrà avuto anche lui un risveglio maglianese col Velino davanti agli occhi e l'aria pulita e senza l'inutile cicaleccio che spesso mi circonda. "Voi gente per bene che pace cercate/ la pace per far quello che voi volete/ ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra/ vogliamo vedervi finir sotto terra/ ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato/ nessuno più al mondo deve essere sfruttato".
Lo so che voglio l'impossibile ma mi mantiene viva.
Nella foto Pertini, di Andrea Pazienza

lunedì 31 dicembre 2007

Discorso di fine anno


Antonio è stato mangiato vivo dal fuoco. Per lui non c'è stato niente da fare già in quella notte maledetta, il 6 dicembre.

Roberto era votato allo straordinario, lo faceva per sua moglie e i suoi bambini. Al suo arrivo in ospedale, non faceva che chiedere di loro.

Angelo l'avevano trasferito a Terni. Ma, con la famiglia a Torino, ditemi voi se quella poteva essere considerata una sistemazione soddisfacente.

Per Bruno quello doveva essere l'ultimo giorno di lavoro in fabbrica. La sua vita nuova l'avrebbe iniziata dando una mano alla fidanzata con la gestione del bar.

Dopo una vita di lavoro, Rocco a fine mese sarebbe andato in pensione e finalmente si sarebbe dedicato esclusivamente ai suoi affetti.

Rosario non doveva essere di turno, lo aveva scambiato con un suo collega. Del resto, piccole cortesie di questo genere, sul posto di lavoro, vanno e vengono.

Giuseppe ha lottato come un leone. Tra tre giorni lo avrebbero sottoposto a un trapianto di cute. Ma "Mase" - come lo chiamavano gli amici - è rimasto aggrappato alla vita soltanto fino a ieri.
Le hanno chiamate "morti bianche", come se alle morti ingiuste si potesse affibbiare un colore. Sono i morti della Thyssen Krupp di Torino, il più giovane aveva 26 anni, il più anziano 54.
Il presidente Napolitano ha parlato anche di loro nel discorso di fine anno. Serve giustizia e serve che quelle famiglie non vengano abbandonate. Pretendiamo più controlli. E coscienza. E senso di responsabilità.