venerdì 12 febbraio 2010

Perle

"Con te si può parlare.
Disordinare il destino, rimandare il mattino."
Morgan, La Sera

E scusate ma la trovo bellissima, guys, la posto qua per i momenti di bassi.

mercoledì 10 febbraio 2010

Molto forte, incredibilmente vicino

E' passato un anno da quando su questo blog è comparso il post "Un uomo", scritto per Beppino Englaro. Oggi lascio spazio alle sue parole.

Un anno è passato dalla "fine di un incubo". Era un incubo nostro, degli Englaro, perché avevamo una componente della famiglia in balìa di mani altrui, contro la sua volontà. Ma credo che questo incubo familiare sia entrato in molte case. Incontro sempre più persone che vogliono stringermi la mano, salutarmi e dirmi grazie. Penso che questa gente abbia capito il senso dei diritti individuali di libertà delle persone. Sono convinto che molti si siano resi conto del prezzo che abbiamo pagato.
C'è una questione che viene sempre capovolta. Mi sento dire: "Mai più Eluane". E cioè mai più contro la sacralità della vita e la sua indisponibilità. Ma, secondo me, è l'esatto contrario. E cioè, nessuno deve avere il potere di disporre di un'altra vita com'è avvenuto per Eluana. Il miglior modo di tutelare la vita in tutte le situazioni è affidarne le decisioni a chi la vive. Sia a chi è in condizioni di intendere e volere, sia a chi non è più capace, ma ha spiegato che cosa avrebbe voluto per sé. (...) C'è chi la pensa in maniera diversa, e lo so bene. Ma so bene anche che mentre Eluana moriva, il Parlamento aveva organizzato una corsa per approvare una norma che annullasse quello che aveva stabilito la Corte di Cassazione.
C'era un giudicato e c'erano dei politici che volevano sovvertirlo. C'era una nostra lunga e dolorosa battaglia, e c'era chi voleva farne carta straccia. Sembrava che quella legge fosse indispensabile per gli italiani. Che fosse fondamentale per la salvaguardia ideologica di alcuni partiti. Adesso io vorrei dire: è passato un anno e la legge non c'è. Come mai? A che punto è? Tutta quella forza d'urto lanciata mentre una ragazza moriva dov'è finita?
Vedo che non hanno capito niente: i politici ne hanno fatto una questione di conflitto di poteri, di chi decide cosa. (...) I cittadini vogliono essere messi in condizione di assumersi le loro responsabilità. E non essere trattati come se non fossero responsabili delle loro scelte di coscienza. (...)

Estratto da "la Repubblica" del 9 febbraio 2010

martedì 26 gennaio 2010

Chi non ha memoria, non ha futuro

"(...) Poi il camion attraversò la città , fino a imboccare il sottopassaggio di via Ferrante Aporti, e ci ritrovammo nei sotterranei della stazione, binario 21. (...) Nessuno di noi conosceva quei sotterranei, quel ventre nero della stazione Centrale, che ora chiediamo diventi un luogo della memoria, perché migliaia di persone sono partite da quei binari e non hanno fatto ritorno". Così raccontava l'internata 75190. Così raccontava Liliana Segre alcuni anni or sono nel libro-testimonianza "Sopravvissuta ad Auschwitz" (edizioni Paoline). Oggi, dopo anni di volenteroso e tenace impegno, viene posata la prima pietra del "Memoriale della Shoah di Milano", dove un tempo si trovava il binario 21. Era il 30 gennaio 1944, Liliana aveva 13 anni. Con lei altri 604 senza destino e tra questi i Silvera, amici carissimi della mia famiglia: il padre Lelio, la madre Bahia Laniado e la giovane figlia Violetta. Racconta la Segre: "Mi ricordo il signor Silvera, che con altri uomini pii si metteva nel mezzo del vagone, si metteva il tallet (il manto rituale) sulle spalle e pregava (...). Violetta e io ci guardavamo, le speranze erano perdute". "Se anche dovessi camminare nella valle della morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me", recita il salmo 23 salmodiato in ebraico "Gam Gam...". Morirono tutti, come anche il papà di Liliana, Alberto; solo lei e pochi altri si salvarono. "Migliaia, anzi milioni di volte mi sono chiesta perché sono sopravvissuta alla Shoah. ma non c'è risposta". Liliana sarà lì oggi, al binario 21, con un'altra sopravvissuta, Goti Bauer, una dolce, anziana signora, che mai nessuno, vedendola oggi, potrebbe pensare sia scampata all'inimmaginabile. Lei, che ad Auschwitz fu deportata e perse padre, madre e fratello, proveniente dal campo di Fossoli, confessa: "Ho sempre invidiato chi ad Auschwitz è arrivato da solo (...) chi non ha vissuto lo strazio della perdita dei genitori, dei figli, dei fratelli". Liliana e Goti ricordano a tutti che gli aguzzini nazisti continuavano a ripetere: "Morirete tutti, ma se per caso qualcuno tornerà e racconterà, nessuno gli crederà". Loro hanno perso, il "Memoriale della Shoah di Milano" ne è la prova, oggi il ventre nero è meno nero. Comprendere quello che accadde è impossibile, ma la memoria è necessaria per conoscere e ricordare ciò che fu e che mai più dovrà essere.
Grazie a Sergio Harari, Corriere della sera

Altre letture consigliate: "Necropoli", di Boris Pahor,
e ovviamente Primo Levi, "Se questo è un uomo".
Io vado di Grossman, David, "Vedi alla voce: Amore":
mai come in questo periodo desidero
che portino a casa anche a me un nonno nuovo.

sabato 5 dicembre 2009

Dieci, cento, mille Tettamanzi


«Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della città e delle istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive».

Dallo sgombero delle famiglie rom di Rubattino al rischio di infiltrazioni mafiose nei cantieri delle grandi opere, dalla crisi economica all'Expo, dall'abuso di alcol e droga alla questione del crocifisso nelle scuole: sono alcuni dei temi affrontati dall'Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nel tradizionale discorso alla città di venerdì 4 dicembre nella basilica di Sant'Ambrogio. Il titolo del discorso, «Milano torni grande con la sobrietà e la solidarietà», sottolinea l'auspicio di fondo del cardinale: dare un senso nuovo al desiderio, legittimo, di «rendere grande Milano». «Siamo consapevoli che non bastano gli edifici, i ponti, i grattacieli, le strade a rendere ricca e interiormente viva una città. Da sempre – a Milano e ovunque – sono gli abitanti la ricchezza più grande di una città».

Conoscete ormai quanta stima nutra per questa persona, per l'intelligenza e la forza d'animo di questa persona. Conoscete anche la mia avversione verso le gerarchie ecclesiastiche. E sapete anche quanto il buon Dionigi ne rappresenti un'eccezione. Figurarsi se uno del genere potranno mai farlo papa, avevo scritto un bel po' di tempo fa. Già.
(Foto Fotogramma)

lunedì 30 novembre 2009

Sin ti jamas

Dell'iniziativa ne ho sentito parlare per la prima volta da Emma Bonino durante la seconda edizione degli Stati generali degli immigrati, sabato scorso a Milano. Si chiama “24 ore senza” ed è una forma di protesta, ma credo sia meglio definire di dimostrazione, ovviamente pacifica, pensata dagli immigrati che vivono in Francia. Il concetto è tanto semplice quanto rivoluzionario: consiste nell'astensione da parte di tutto il corpo immigrato da qualunque tipo di attività in grado di produrre effetti economici ma non solo. Per un giorno intero non si lavora, non si compra, i bambini non vanno a scuola, non si accende la tv. Così, per rendere rapidamente ed efficacemente l'idea di come se la caverebbe il Paese senza di loro e, soprattutto, senza l'apporto del loro lavoro.
Sarebbe davvero interessante vederla in atto anche in Italia. Così, tanto per riprendere a discutere solo dopo di cassaintegrazione, croci sui muri e sul Tricolore (che quando fa comodo si ricorda che è il simbolo dell'identità e dell'unità nazionale), campanili e minareti. Quando quel giorno verrà sarò tra quanti, ventiquattr'ore dopo, scenderanno in strada e punteranno il dito.

Gli Stati generali, son tutti qua

venerdì 27 novembre 2009


E' stata fino ad oggi somministrata a oltre un milione e mezzo di donne in Europa e a più di 650mila negli Usa. Nel 2005 l'Organizzazione mondiale della Sanità l'ha inserita nella lista dei farmaci essenziali. Il primo Paese Ue a introdurla fu la Francia, nel 1988. Contrari all'utilizzo l'Islanda, l'Irlanda, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia, la Bulgaria, la Bielorussia*, la Moldavia, la Bosnia, la Serbia, la Macedonia, l'Albania, la Turchia. Che dire, sul boicotaggio alla Ru 486 indubbiamente l'Italia è in buona compagnia. D'altro canto siamo fanalino di coda anche per tutto il resto, perché smentirsi? Perché toglierci anche una delle poche certezze che abbiamo fin qui faticosamente conquistato?

Siamo un Paese che annaspa, che non riesce a regolarsi muovendosi in una dialettia democratica che in altri Stati danno ormai come acquisita e indiscutibile. Ed ecco la consueta riconferma dinanzi all'assolutismo del ricatto politico, dell'oscurantismo religioso, dello scambio di favori tra poteri forti. Il governo non può permettesi di inimicarsi il potentato vaticano e continuare a ripeterlo ormai pare non sortire più alcun effetto. E pazienza se per farlo si passa sopra il dolore di centinaia di migliaia di donne che si ritrovano davanti alla scelta più dolorosa. Tanto vale continuare a mutilarne il corpo, oltre l'anima. Ma che volete, i fondamentalisti dal punto di vista culturale e religioso sono sempre gli altri, ce li abbiamo mica anche in casa.

E soprassiedo sulle sofferenze degli ultimi, perché lor signori hanno insito nel loro modo di vedere le cose e di rapportarsi ai problemi che tanto chi potrà si rivolgerà alle strutture sanitarie all'estero, così come già accade per la fecondazione assistita. E così come è sempre stato.

Non siamo un Paese libero, un Paese che lascia libertà di decisione. Siamo un gregge, cinquant'anni di Costituzione non ci hanno insegnato nulla e pace per chi ci è schiattato.

In Italia serve un parere tecnico del Ministero della Salute per accertare la compatibilità della somministrazione della pillola abortiva con la legge 194. Soddisfatti della decisione Buttiglione e Gasparri, che l'hanno definita "una vittoria di civiltà". D'altronde, non mi sovvengono in mente esempi più nitidi di personalità che sono da sempre vessilli dell'anti-oscurantismo, della libertà di pensiero e di coscienza, di onestà intellettuale. E magari si sentiranno anche legittimati a parlarne, essendo corredati di utero. D'altronde, nulla è impossibile a Dio. L'Italia, che tristezza.

*La Bielorussia è a tutt'oggi l'unico Stato europeo dove ancora vige la pena di morte

giovedì 26 novembre 2009

Afghanistan, più soldati per una guerra persa


Obama ha deciso: la campagna afghana non si può vincere, quindi mandiamo più soldati sul terreno. La logica di questa scelta non è ovviamente strategica, ma puramente domestica. Il presidente degli Stati Uniti sa che deve chiudere in un modo o in un altro la partita dell'Afghanistan entro il 2011. Obiettivo: evitare che diventi argomento della campagna presidenziale del 2012. Se i soldati americani fossero ancora impegnati in massa contro gli insorti afghani, continuando a subire perdite importanti, la rielezione di Obama sarebbe a rischio.

Per finire una guerra che non si può vincere, teoricamente c'è una via più diretta. Alzare bandiera bianca, e ritirarsi in buon ordine, vessilli al vento. Ma questa strada, che risparmierebbe molte vite umane, è domesticamente impraticabile. Sarebbe un'ammissione di fallimento, equivalente alla rinuncia di Obama alla ricandidatura. Lo spettro di Jimmy Carter, che ormai aleggia sulla Casa Bianca, finirebbe così per materializzarsi.

L'unica alternativa a questo punto, ragionando in termini di politica interna, è quella decisa da Obama. Ossia l'invio di circa 30mila uomini sul terreno, da concentrare nelle città, a sostegno della cosiddetta afghanizzazione della guerra. In parole povere, si tratta di preparare gradualmente, ma velocemente, il passaggio del testimone della sconfitta dagli americani ai loro "amici" afghani. Perché alla fine di questo gioco, ai collaborazionisti locali di Obama, Karzai in testa, non resterà che aggrapparsi disperatamente all'ultimo elicottero in partenza dall'ambasciata Usa di Kabul, prima che i loro nemici gli taglino la gola.Tra la salvezza dei suoi "figli di puttana" afghani e la sua rielezione, Obama non può avere dubbi.

Dal punto di vista del presidente degli Stati Uniti, questo approccio ha un senso. Il problema per noi è che siamo parte della guerra senza potervi/volervi difendere i nostri interessi, a cominciare dalla sicurezza dei nostri uomini sul campo.
Già nelle scorse settimane gli emissari di Washington hanno sondato gli alleati europei e non solo, sollecitandone il rafforzamento dei rispettivi contingenti e la disponibilità di risorse civili e finanziarie a supporto della cosiddetta afghanizzazione. Nei prossimi mesi altri soldati affluiranno sotto le bandiere della missione a guida Nato nel contesto di una campagna militare sulla quale non hanno alcun controllo.