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venerdì 7 settembre 2012

Nostro anche se ci fa male

In nulla riesce l'Onu, né la Lega Araba. Emergenza umanitaria, dice la Croce Rossa. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia l'allarme - sono migliaia di migliaia - come altrettanti sono i bambini, dice l'Unicef, fagocitati e travolti dalla guerra che sta insanguinando la Siria. Perché di guerra si tratta: la chiamano crisi, conflitto, violenze, ondata di violenze. Non molto tempo fa, era tra quelle nazioni in cui l'Occidente illuminato riscontrava segnali di primavere, mai arrivate da nessuna parte, mi pare. Tempo fa - quattrordici mesi fa, per l'esattezza - incontrai a un convegno sull'integrazione un ragazzo figlio di genitori siriani. Raccontava di Aleppo, posto da mille e una notte, gli dicevano gli occhi. Non ricordo il nome, non saprei come arrivare a lui adesso, ma quanto vorrei leggerglielo ancora nello sguardo.

Come si fa a dormire sonni sereni in quelle che in altri anni, e davanti ad altre barbarie, Primo Levi chiamava "le vostre tiepide case"? Quei corpi senza più calore, quelli dei morti siriani, pesano sulle nostre coscienze. Su ciascuno di noi, perché nessuno fa niente per fermare lo scempio e si è tutti bravissimi a fingere che non ci riguardi.

Gli Yamim Noraim si avvicinano. Mi guardo dentro, cerco confini, misuro limiti, poi li accantono, pensando ai miei prossimi, a quello che è altro da me. L'Errante è via, stasera. Con la mia sorella nell'arte guardiamo per la trilionesima volta "Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar: tra tutti i suoi film, quello finora ineguagliato. Penso all'Hidalgo, che continua invece ad aggirarsi per gli Abruzzi: panorami, primi freddi, ratafià e il museo di John Fante. Tempo d'armistizio, mi dico. In fondo, sono anche casa sua.

lunedì 10 ottobre 2011

I destini che abito

Di rara bruttezza, come ho detto appena uscita dal cinema. Inconcludente, superficiale, a tratti scontato, freddo, prevedibile, furbo, piatto, senza smalto. Parlo dell'ultimo film di Pedro Almodòvar, La pelle che abito, e lo dico subito, tanto per mettere in chiaro dove sto andando a parare.

Premessa: amo Almodòvar e sono arrivata al cinema per sprofondare nelle sue pieghe, nei suoi parallelismi, nelle sue voragini affettive, nei suoi personaggi, nelle loro essenze profondissime o anche solo riempirmi gli occhi della fotografia, caldissima, quel rosso, arancio e blu, che trovo in tutti i suoi film (e che, appunto, ribadisco, amo). Ma non l'ultimo, l'ultimo no, pietà. Ho sofferto davvero, seduta in quelle poltrone tremende. Roba da uscire, tanto per non avere conferme dai titoli di coda.

Mio fratello ha tirato fuori la teoria della curva gaussiana. Vale per tutti, mi fa: scrittori, musicisti, registi. Si arriva all'apice e poi, inesorabilmente, tocca scendere. La mia amica ci ha visto dentro un'accozzaglia di temi importanti, appena abbozzati ma mai approfonditi, troppi tutti insieme e sprecati: dalla transgenesi allo stupro, dalla patologia psichica alla violenza psicologica, la sete di vendetta che si fa abbrutimento, la sofferenza del corpo e dello spirito davanti alla prorompenza di un'identità sessuale che non è quella che appare, il rapporto vittima/carnefice, e chissà quant'altro mi sfugge.
Lo racconto al telefono anche alla mia sorella nell'arte e nella vita, che è Andy. Tempo qualche ora e mi piomba in casa con uno dei suoi budini migliori: un odor di vaniglia che, ci scommetto, avrà dato la sveglia all'intero palazzo. "Querida - mi sbertuccia dal citofono - siamo in tre: il gay, l'ebreo e la nera. Facci salire che il prossimo film di Pedro lo si gira a casa tua".