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mercoledì 7 novembre 2012

Nuotando nell'aria

Devo alla libreria Luxemburg di Torino profonda gratitudine per avermi fatto scoprire Aharon Appelfeld. Quello è ormai uno dei miei posti dell'anima. "Appelfeld? Il più grande - mi dice il mio amico Angelo - Grossman, Yehoshua... Vedrai, niente a che vedere, un'altra cosa". Da lì a breve scopriamo che avrebbe partecipato a Torino Spiritualità: purtroppo, non ce l'abbiamo fatta ad esserci, per la serata in programma alla Cavallerizza Reale. Così ho iniziato, a mo' di consolazione, il suo "Storia di una vita": uno dei libri più belli mai scritti. Intenso, talmente forte da sentirtelo sulla pelle, da sentirla tua quella testimonianza, uno straordinario esempio di letteratura che si fa bene comune, patrimonio collettivo, esperienza universale, profondamente umana eppure assolutamente intima. Altro dal resto, letto e scritto. Si sente il respiro, è carne viva la scrittura di Appelfeld.

Pagine su pagine, di un progetto che ormai è tela di Penelope, di vita presa dagli eventi, assorbita dai pensieri, dalle decisioni da prendere. Resto qua, comunque. Anche ora che Roma s'è presa l'Errante. Glielo affido come fossero i miei occhi. In fondo, l'Errante fa comunque l'errante, cambia niente, mica. La bella mostra di Guttuso: "I funerali di Togliatti", il "Padre Giotto", "Gott mit Uns". Poi il Ghetto e quell'aria di casa, i pranzi da "Notta Betta". Milano. E non è facile, dovresti credermi, sentirti qui con me. Cos'è che manca?

lunedì 21 maggio 2012

Amarcord

Da Visconti a Scola, da Monicelli ad Amelio, da Matarazzo a Garrone. La sezione dedicata ai film che raccontano gli italiani è quella davanti a cui mi soffermo di più. La mostra più bella dell'anno e che vorrei tanto un figlio per potercelo portare si chiama Fare gli italiani, 150 anni di Storia nazionale, ed è alle OGR-Officine Grandi Riparazioni di Torino. Mi appoggio alla balconata del piccolo anfiteatro, le pellicole vanno in loop e piango, piango e piango come fossi da sola. Sarà che sto invecchiando ma no, non trovo siano da nascondere, queste lacrime. Mi capita spesso, ultimamente: come durante Pro Patria di Ascanio Celestini (in scena fino al 27 maggio al Teatro Grassi di Milano), l'altra sera a una mostra, leggendo, ascoltando una voce che esce dal telefono. C'è stato un tempo in cui non lo facevo mai, ora sono grata a chi mi ha fatto riscoprire che l'emozione è tutto nella vita.

Dal resto mi son sentita avvolta -gli spazi-, ho provato malessere profondo -le divise nere dei fascisti e le copertine de 'La difesa della razza'-, emozionata -scovando all'improvviso una ketubà-, rabbiosa di quella rabbia che nasce dal dolore e dall'impotenza -nella sezione dedicata alle vittime delle mafie-. Tra le storie, che ho scelto di farmi raccontare, quelle di Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, di cui ho la fortuna di occuparmi grazie a un progetto che sto seguendo in questo periodo.

Brindisi, Ferrara, L'Aquila, in tre giorni: l'Errante fa l'Errante e la cosa che più gli invidio stasera è che dorme a casa dai miei. Da sola non ci volevo stare e una bella combriccola sconclusionata si è autoconvocata a casa mia: chi scrive, chi legge, chi si innervosisce perché c'è troppo casino in poco spazio e così non si può lavorare, chi prepara spaghetti, chi mi fischietta Nino Rota. "Simili con simili": pensare quant'ho riso quando me l'ha detto un mio direttore la prima volta. Quanto mi fa bene ripensare ora a quella lezione di vita quando faccio fatica a farmi capire.

martedì 8 maggio 2012

Compagni di viaggio

In una città dove tutto è possibile, un ragazzo e una ragazza, che si incontrano in un bar per single, cercano l'impossibile: il parcheggio in una delle zone centrali e residenziali della città. I due, che vogliono passare la notte insieme a casa di lei, continuano a girare per ore, tra le strane figure di uomini e donne che popolano la Tel Aviv notturna, confrontandosi in lunghe conversazioni che svelano i sentimenti e le paure. Un viaggio, lungo una notte, alla ricerca di un posto per la macchina e per il cuore*.

La missione di questa settimana è sopravvivere a Torino. Maggio ci toglie sonno e riposo e il difficile arriverà  quando l'altro riprenderà il volo verso chissà dove. La storia ci riporta a un anno e mezzo fa, quando abbiamo passato la notte cercando friarielli, dopo una scommessa, per i mercati generali di Milano. "Come ingannare il tempo che resta?", mi è stato chiesto oggi. Non lo inganniamo mica, lo viviamo: ad esempio riempiendoci gli occhi e i discorsi di questi film stupendi in rassegna all'Oberdan, la selezione del Pitigliani Kolno'a Festival. Le radici che tirano, la nostalgia che coccola, la provvisorietà annientata. Basta cercare risposte, abbiamo ancora parole da scegliere.

* Dal programma 'Nuovo cinema israeliano' (Milano, Spazio Oberdan 6-10 maggio) sul film "2 night" di Roi Werner - CDEC, PKF, Fondazione Cineteca Italiana 

martedì 20 marzo 2012

E un bambino li guiderà

Come si spiega l'odio a un bambino? Come spiegargli quanto accaduto a Tolosa? Passo davanti alla scuola di via Arzaga, qui a Milano, presidiata giorno e notte dai militari. Respiro nell'aria quello che mai avrei voluto respirare. Solo quattro giorni fa la notizia dell'arresto a Brescia del 20enne di origini marocchine accusato di terrorismo: per gli inquirenti stava pianificando un attentato al Tempio di via della Guastalla, lo stesso in cui giovedì la Comunità accoglierà quanti vorranno unirsi alla tefillà, alla preghiera, per le vittime francesi.

Su La Repubblica di oggi lo scrittore francese Marek Halter pone l'attenzione sulle campagne xenofobe di certa politica. "Un no collettivo all'antisemitismo, il primo dovere dell'Europa", la sintesi della riflessione di Bernard Henry-Lévy riportata sul Corriere. "Domattina a scuola arriveranno bambini che saranno a conoscenza di quanto accaduto e altri no. Li ascolteremo, ascolteremo le loro domande, le loro paure, li lasceremo parlare e poi risponderemo": mi hanno molto toccato ieri sera le parole della preside della Scuola ebraica di Torino, Sonia Brunetti Luzzati, ospite dell'Infedele del caro Gad Lerner. Amare e dolorosissime le parole della mia Elena Loewenthal, che leggo su La Stampa: in Europa "l'antico demone dell'antisemitismo è ancora vivo, aleggia, sta sotterraneo, magari appena sotto la la superficie della civiltà civile e benpensante. E' un demone antico e tenace, l'antisemitismo (...) Questo pregiudizio, quando viene fuori, non parla, ma distrugge".

Quel "non parla ma distrugge" mi resta dentro e scava, scava. E' così ma non possiamo non credere che l'odio è una malattia e come tutte le malattie si affrontano curandole. Curandole, prendendosene cura. E l'odio lo si annienta non con le armi ma con la parola - davar - il dialogo, la cultura, l'amore, come dice con forza il Rebbe di Venezia. Ci stringeremo ancora di più e andremo avanti con in alto i cuori e passerà questa paura, riaffermeremo con forza la vittoria del multiculturalismo e dei valori della libertà e della democrazia. Ora però è il tempo del dolore, in Francia la Bestia - per dirla con David Grossman - si è accanita ed ha ucciso bambini, e con loro, oggi, la nostra speranza di un futuro migliore. Da domani potremo ricominciare a pensare alle parole di Isaia e pregheremo affinché potremo godere del tempo in cui "il lupo abiterà con l'agnello e il leopardo giacerà col capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno insieme e un bambino li guiderà". (Isaia,11, 6-9)

lunedì 27 febbraio 2012

Carte da decifrare

"Non succederà più, che torni alle tre e io mi addormento senza te", canta la Mori. Insomma rifletto, mi faccio venire le idee, passo in rassegna libri, autori, poesie, bozze, testi, canzoni, in cerca di intuizioni e bellezza da condividere. Passa la stanchezza, passano il sonno e le ore. Finché mi piomba addosso l'Errante da chissà dove, si esalta, le riprende, le declama urbi et orbi e ciao, stuoli di fan adoranti cascano svenuti. Lo chiamano "ghostwriting". Io, a volte, penso sia una gran fregatura.

martedì 14 febbraio 2012

Bianca

Di lavoro non si deve morire. Lacrime e applausi, ieri, in tribunale a Torino alla lettura della sentenza di condanna a sedici anni di carcere per i vertici della Eternit, la multinazionale svizzera dell'amianto. "Non deve succedere, - sento rispondermi, tra le chiacchiere da bar -. Si rischia che poi nel nostro Paese non viene più a investire nessuno". E no, caro amico, nel migliore dei mondi possibile non dovrebbe accadere: non dovrebbero finire in carcere proprietari delle ditte e datori di lavoro, perché nel migliore dei mondi possibili non si lasciano i tuoi simili a lavorare dove viene messa a repentaglio la sicurezza, la salute, l'integrità psichica e mentale. Non si calpesta la dignità e i diritti, in primis quello alla salute, dei lavoratori, nel migliore dei mondi possibili. Non si lasciano i figli senza i padri, né le vedove o le madri mutilate, a causa del lavoro, nel migliore dei mondi possibili. Quello che è avvenuto ieri a Torino è solo il primo tassello, verso un mondo del lavoro più equo e giusto. Ma moltissimo resta da fare, in questo nostro Paese. Basti guardare a come cresce, giono dopo giorno, il numero di quelle che quasi beffardamente vengono chiamate "morti bianche" (perché 'bianche', che vuol dire? Cos'è che conferisce candore?). Quanti lanci d'agenzia mi scorrono sotto gli occhi ogni giorno, quanti altri morti restano senza nome e senza cronaca.

Il tema del lavoro ci distoglie gli occhi e il cuore da quella che ormai ci siamo abituati a chiamare "emergenza freddo". Ed emergenza, a casa mia in Abruzzo, lo è davvero. I miei non hanno mai visto niente di simile: auto letteralmente sparite sotto il manto della neve, strade inagibili, interi paesi isolati. Cumuli alti, in media, un metro e mezzo. Anche la luce è bianca e abbaglia, tutto si ferma: "All'inizio incanta e resti senza parole, Ci': poi passano i giorni e scopri di esserne prigioniero". Così mio babbo, vero uomo di passi e altura, dopo la prima settimana. Un febbraio antico, che riporta solidarietà tra vicini, quella dei più giovani verso gli anziani e le famiglie. La magia di veder scendere lupi e cervi fino in paese, in cerca di cibo, tra il silenzio e l'odore della legna che brucia nei camini.

A Milano fa solo tanto freddo: chiusi in casa, telefoniamo giù e guardiamo le foto che amici e non pubblicano su Facebook. E allora li sento tutti più vicini: i ragazzi de L'Aquila che sciano e fanno snowboard sul corso e davanti la chiesa di San Bernardino (che il centro della città non muoia, anche se isolato da tutto), un'anziana di Collelongo che porta via da sola la neve che le ostruisce la via di casa, servendosi di una carriola, il reportage di Paolo Rumiz, bellissimo, rimasto bloccato alla locanda della Bianca, a Balsorano. Tutto rallenta anche a Milano: l'Ebreo errante che col freddo resta di più a casa, gli amici che passano i pomeriggi a provare ricette e raccontarci storie. Neanche fossimo finiti nel Decameron. Senza vasi di basilico, però.

domenica 29 gennaio 2012

Mitzvòt

Di Thomas Geve ho sentito parlare per la prima volta un anno fa. Aveva tredici anni quando è stato deportato ad Auschwitz. Dopo venne Gross-Rosen e Buchenwald dove, finalmente, nel 1945 l'esercito alleato abbatté i cancelli. Thomas scampò alla selezione perché dimostrava più della sua età: venne allora assegnato ai lavori forzati. Dopo la liberazione, non potè lasciare subito il campo, perché troppo debilitato: chiese allora delle matite e cominciò a disegnare sul retro dei formulari delle SS quello che aveva visto, vissuto e subìto. Da allora non l'ha più fatto e se quei disegni sono arrivati fino a noi lo dobbiamo alla sensibilità di suo padre, che li conservò fino al 1985, anno in cui li ha donati allo Yad Vashem di Gerusalemme.

Geve è oggi a Torino, l'occasione è la mostra “Qui non ci sono bambini”, che trae il nome proprio dal suo libro, pubblicato un anno fa da Einaudi. Cinquanta dei suoi 79 disegni sono esposti, per la prima volta in Italia, al Museo della Resistenza e c'è tempo per vederli fino al 13 maggio. Sono felice sia Torino a dare spazio alla sua testimonianza. La città di Primo Levi, di Norberto Bobbio, di Cesare Pavese. Mi piace sentirla anche un po' mia, ormai. A Torino ci coglie la notizia della scomparsa di Scalfaro. Robbo, manco a dirlo, tempo di avere conferma ed è già con la testa a Porta Nuova. “Pensaci tu qui, torno domani”. “Eh?”. “Su, una mitzvà”.

Mi attacco al telefono e mando allora un sms al mio amico Massimo, che ha intervistato Oscar Luigi Scalfaro a marzo scorso. Ricordo la sua emozione prima della partenza e al ritorno e quel nostro brindisi all'intervista e alle esperienze indimenticabili che questo mestiere ci riserva. Riporto allora qui un passo di quell'incontro, raccolto nel libro “La Costituente: storia di Teresa Mattei” (pag.9, Altreconomia): "Prima di tutto: non state alla finestra a guardare. E' troppo comodo. E' grande la tentazione da parte dei giovani di dire che la politica è sporca e che è un mondo di profittatori. Se questo fosse vero si moltiplicherebbero le ragioni per entrarvi a portare un clima diverso per attuare la giustizia per chi è più lontano. E' dannoso stare con le mani in mano. Allora dico: non state a guardare e non arrendetevi mai! Lo ripeto ai giovani: non arrendetevi mai!"
Oscar Luigi Scalfaro

lunedì 12 dicembre 2011

A forza di essere vento

 "Hanno ragione loro, gli zingari, un popolo che potrebbe veramente scrivere un capitolo importante della storia dell'uomo. Vivono su questo pianeta da migliaia di anni senza nazione, esercito, proprietà. Senza scatenare guerre". Penso alle parole di Fabrizio De André e penso che non possiamo restare indifferenti davanti a quanto accaduto sabato scorso nel campo rom della Continassa, a Torino. Il fatto che non ci siano state vittime o, per essere più precisa, dei morti, in un men che non si dica consegnerà questo spaventoso fatto di cronaca all'oblio, sarà sostituito da altri fatti, più o meno efferati e dolorosi.

E così l'assenza di memoria collettiva inghiottirà anche quest'ennesimo raid razzista, spegnerà i riflettori su quest'ultima notte dei cristalli scatenata da una bugia. Bugia dettata dal timore di una sedicenne portata a credere dalla famiglia, dai retaggi culturali, dalla pochezza delle vedute e delle prospettive che l'ambiente intorno a lei può offrirle, che la falsa condizione di stuprata sia più sopportabile di quella di chi fa l'amore per scelta. E anche questo meriterebbe un esame di coscienza.

La spedizione punitiva contro queste persone non permette di relegare nel dimenticato quel passato di pogrom di cui è fatta la storia della "nostra comune Patria europea", come l'ha definita nei giorni scorsi il Capo dello Stato Napolitano. Penso alla violenza psicologica, allo stato di soggezione psicofisica a cui magari è stata costretta a vivere e a crescere la ragazzina italiana della bellissima Torino. Mi sforzo di comprendere, ma davanti allo strazio e alla furia violenta e senza senso di quanti hanno appiccato il fuoco e lanciato molotov e nascosto coltelli sotto le giacche, acciecati dall'odio fine a sé stesso, sto male e mi vergogno. Un senso di vergogna per l'essere umana e di inadeguatezza come mi colse anni fa, visitando Auschwitz. Che poi divenne senso di riscatto, voglia di finalizzare, di dare un perché al privilegio che ci è stato concesso, quello di vivere.

Amo il popolo rom, amo la loro cultura, la loro musica. Ascolto le loro canzoni di melodie e parole tzigane fatte di violini, fisarmoniche, contrabbasso, tutti suonati velocissimi, quei loro testi che raccontano di dolore e di inni sfrenati alla gioia. E torno alla mia musica klezmer, quella di un altro popolo, accomunato dalla persecuzione e dall'essere oggetto di odio razziale. Insieme a sei milioni di ebrei furono sterminati anche circa 500mila zingari (si tratta di una stima, altre ipotesi variano dai 250mila al milione): i rom chiamano questo momento della loro storia porrajomos, "divoramento". Sono passati sessant'anni. Chi non ha memoria, non ha futuro.

lunedì 5 dicembre 2011

Il cielo è di tutti

“Il cielo è di tutti” canta Bobo Rondelli in una bella canzone che mi ha tirato fuori stasera la mia carissima amica Angela. Da ieri sono sotto attacco di “serendipity”: presente? Cercate una cosa e ne viene fuori un'altra. Cercavo stampe di Emanuele Luzzati, sotto i portici di Torino: arrivati in piazza Castello ci siamo trovati davanti i personaggi del suo presepe. Sfogliavo un libro sugli orti e mi è venuto in mente il mio carissimo amico: ho appena scoperto che ne ha appena scritto uno anche lui. Ho iniziato a sfogliarlo e si è aperto al capitolo “Il giardino in carcere”. Guardando alcune foto dal mio nuovo editore, ho ritrovato un altro amico, perso di vista da un po'. Ho pensato molto a Diego, alla fine mi ha chiamata.

Come da copione, alla vigilia di tutti i miei compleanni, sono intristita. Evidentemente non ho un buon rapporto col tempo che passa, inesorabile e inevitabile, non ce l'ho mai avuto. Ho però trovato il pensiero affettuoso della mia amica Roberta, prima di tutti, prima che qualcun altro glielo ricordasse: era lì che mi aspettava, mentre io vagavo ancora per Milano.

E mentre mi perdo a pensare a Roma e al da farsi, scampanella Andy, su di giri perché un commesso a suo dire bellissimo lo ha invitato a colazione. “Il mondo intero si fa da parte quando vede un uomo che sa dove va”: lo ha agganciato così, mentre la mia tata scalpitava in coda alla cassa brandendo una bottiglia di vino. É ancora in estasi: “Finalmente un uomo originale, no?”, mi fa. Prendo il cavatappi e soffoco la maestrina che è in me: la frase è di Saint-Exupéry. No che non glielo posso dire.

lunedì 28 novembre 2011

Cos'è la vita

Insomma scorrazzo da una parte all'altra della città immersa nelle mia miriade di cose da fare, tra cui questo progetto che coinvolge le detenute del carcere di San Vittore che ormai non è più lavoro: è dedizione, passione, quasi voto. Le radici ben piantate da una parte, il resto mosso dal vento, come mi diceva oggi Moni Ovadia. Alzi la mano chi non è figlio di una diaspora: quello che era prima di te, finisce a far parte di te. E non si sfugge.

Quello che resta fuori invece lo perdo, lo confondo o lo dimentico: i codici di accesso alle agenzie (sì, quelli che uso ogni santo giorno per lavorare), i pin dei telefoni, la combinazione del bancomat, la lista della spesa, i guanti, una ricetta, il biglietto del treno, lo scontrino di un maglione dalla taglia sbagliata. “La solita sbadata, sei...Allora buona serata, eh, e salutami quell'Alberto”. Roberto, mamma, Roberto.

lunedì 28 marzo 2011

Aridatece Bearzot

Non è retorica, non è neanche patriottismo spicciolo e non è perché fa tanto radical-chic. Ho il Tricolore alla finestra perché è quello del fratello di mio nonno Paolo, morto al ritorno del viaggio di nozze saltando su una una mina dei nazisti, e quello del fratello di mio nonno Lorenzo, fucilato tra i martiri di Capistrello. E' quello della zia Ori, staffetta partigiana, e quello della parte ebraica della mia famiglia caricata sui treni e portata nei campi di sterminio. E' quello di mio papà, che l'ha onorato in divisa, e quello del mio vicino di casa, arrivato anni fa col barcone della speranza.

"Pago le contravvenzioni, non ho amici negli uffici importanti e mi sarebbe penoso partecipare a un concorso (...). Sono italiano?", si chiedeva Ennio Flaiano nel 1957, prima che nascesse la mia mamma. Pago le tasse e la maleducazione altrui mi manda in tilt. Sono svedese? Mah, un po' sabauda senza dubbio.

Milano è la mia città, mi ha adottata, mi dà ogni giorno la possibilità di vivere e frequentare persone fuori dall'ordinario e guai a toccarmela ma di Torino sono perdutamente innamorata. Seguire le celebrazioni per il 150enario è quanto di più bello mi sia capitato ultimamente, assieme a"Salviamo l'Italia" di Paul Ginsborg, al Museo della montagna degli amici del C.a.i. e ai ravioli del plin. "Qual è lo scopo al quale tutti ci affatichiamo? Cos'è più difficile riunire, città e province divise o volontà e cuori divisi?". Massimo D'Azeglio si è anche risposto, io il post lo lascio aperto.

venerdì 11 marzo 2011

E per me un Ancomarzio

Mi innamoro delle idee, dei progetti, delle imprese pindariche. E veder nascere un libro è stata una delle esperienze più belle mi siano mai capitate. E ora che è uscito dalle viscere dell'hard disk e lo vedo in giro, nelle librerie e sui tram, è come se incontrassi pezzi di casa, di notti in bianco passate a discutere sulle virgole, sui capoversi, su quanto tagliare. Rivedo le serate tra i faldoni e le matite rosse e blu e l'editing e le prove per la copertina. Le ansie di Rob, che l'ha scritto, la fatica di fargli da ostetrica.

"E per me un Ancomarzio" è una delle sturiellet raccolte in "Perché Pippo sembra uno sballato" di Andrea Pazienza. E' praticamente introvabile, a meno che non risolvano i vari contenziosi e lo ristampino. Lo regalai qualche anno fa al mio fidanzato di allora. Una ricerca durata mesi, per non dire del resto. Ho imparato che non mi priverò mai più di una cosa verso cui nutro una passione viscerale: ho continuato a cercarne un'altra copia da allora. A Milano non c'è fumetteria che non lo sappia. L'ho trovata, la mia, praticamente ci sono inciampata per caso mentre mi godevo Torino col mio bene: "Es difisilo imaginar como se pote star ben tot solett nel diserto liggend'giurnalett!". Praticamente un manifesto di vita.

venerdì 1 ottobre 2010

Neanche se sei Eddy Merckx

Avrei voluto raccontare dell'inizio della mia nuova avventura a Torino, della chiacchierata con Mario Tronco dell'Orchestra di Piazza Vittorio, del ritorno di una persona speciale persa di vista da tanto. Invece no. Posto le parole di Michele Serra, al quale qualche pomeriggio fa al Teatro Franco Parenti non sono riuscita a dire a ne' bah. Posto le parole di Serra perché le condivido talmente tanto che avrei voluto scriverle io.

La nuova L'Aquila, periferia del centro commerciale
"Ricostruire un centro storico italiano è certamente un'impresa ardua, costosissima, forse impossibile. Proprio per questo sarebbe stato onesto - soprattutto nei confronti degli aquilani - evitare l'odioso spettacolo, trionfalista e irritante, della "ricostruzione dell'Aquila" servita in tutte le salse da un apparato mediatico, diciamo così, non particolarmente proprenso a indagare sulla realtà oggettiva. Io credo che il governo abbia avuto dei meriti operativi tutt'altro che trascurabili, dando un tetto a molte persone. Al netto delle eventuali speculazioni, parecchio è stato fatto. Ma quella non è l'Aquila, quella non è una città. E' un agglomerato d'emergenza, certamente più dignitoso delle ignobili baraccopoli nelle quali sono stati stipati per decenni, per generazioni altri terremotati italiani. Ma non tale da restituire agli aquilani la loro città e la loro identità.
Credo e temo che nel gongolante bilancio che Berlusconi ama fare di questa vicenda, conti anche la sua cultura urbanistica. I nuovi quartieri, puliti e senz'anima, sono il suo pane e il suo vanto. Gli devono parere bellissimi, senza la patina antica e la storia profonda che l'Italia vera possiede. Di qui - anche di qui - la sua certezza di aver "ricostruito l'Aquila" avendo fatto, invece, tutt'altra cosa. Sarebbe stato assai meglio avere l'umiltà di dire, fatti i dovuti rilievi e le dovute analisi, che non era possibile ridare l'Aquila agli aquilani, o perché troppo costoso o perché tecnicamente improbo".
Da Il Venerdì di Repubblica