Visualizzazione post con etichetta l'aquila. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta l'aquila. Mostra tutti i post

martedì 14 agosto 2012

Girotondo

In macchina, in tre, nei dintorni de L'Aquila: Ottocento e poi re Carlo, che tornava anche allora da Poitier. Ti ritrovo dieci anni dopo, in un paese nel cuore della Marsica, nel cortile di un castello di cui ignoravo l'esistenza fino a tre ore prima, raro gioiello che il terremoto - l'altro, il nostro - ha voluto in piedi: come faccio a dirti che di te serbo un ricordo splendido? Sul palco, interpreti brani - con altri, tra gli altri - di Silone e Flaiano e Ovidio e Janni: un reading di letture dedicate all'Abruzzo, che ha selezionato Dacia Maraini. Accanto ho la mia sorella vera e davanti agli occhi anche Piera Degli Esposti, che ha letto un brano di Natalia. La ritrovo la sera dopo, la mia Natalia Ginzburg: un estratto di pochi secondi di una sua intervista saltata fuori da chissà quale teca Rai, mentre vengo accolta in una vecchia cucina di Santo Stefano di Sessanio. Quello stesso pomeriggio la voce di Franco Battiato risuonava da dentro il nero di una vecchia cantina. E ancora Faber, con Boccadirosa, a Castelli, mentre un vecchio artigiano creava sotto i miei occhi un piatto, girando il tornio col piede. In mente avevo Chi si muove con grazia di Nelo Risi.

Estate di grandi ritorni, di compagnie di vita e di viaggio, di pezzi di famiglia e di storia strappati all'oblio e alle erbacce, nelle nostre Spoon River di montagna. Il Gran Sasso, finalmente, e i giganti di verde e pietra che custodiscono pace e persone, posti dove i telefoni non prendono, la mente si svuota, lo sguardo si perde, l'Errante è solo un ragazzo sveglio e ogni cosa si fa leggera: il vento di Campo Imperatore, che porta in alto, come aquiloni.

lunedì 21 maggio 2012

Amarcord

Da Visconti a Scola, da Monicelli ad Amelio, da Matarazzo a Garrone. La sezione dedicata ai film che raccontano gli italiani è quella davanti a cui mi soffermo di più. La mostra più bella dell'anno e che vorrei tanto un figlio per potercelo portare si chiama Fare gli italiani, 150 anni di Storia nazionale, ed è alle OGR-Officine Grandi Riparazioni di Torino. Mi appoggio alla balconata del piccolo anfiteatro, le pellicole vanno in loop e piango, piango e piango come fossi da sola. Sarà che sto invecchiando ma no, non trovo siano da nascondere, queste lacrime. Mi capita spesso, ultimamente: come durante Pro Patria di Ascanio Celestini (in scena fino al 27 maggio al Teatro Grassi di Milano), l'altra sera a una mostra, leggendo, ascoltando una voce che esce dal telefono. C'è stato un tempo in cui non lo facevo mai, ora sono grata a chi mi ha fatto riscoprire che l'emozione è tutto nella vita.

Dal resto mi son sentita avvolta -gli spazi-, ho provato malessere profondo -le divise nere dei fascisti e le copertine de 'La difesa della razza'-, emozionata -scovando all'improvviso una ketubà-, rabbiosa di quella rabbia che nasce dal dolore e dall'impotenza -nella sezione dedicata alle vittime delle mafie-. Tra le storie, che ho scelto di farmi raccontare, quelle di Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, di cui ho la fortuna di occuparmi grazie a un progetto che sto seguendo in questo periodo.

Brindisi, Ferrara, L'Aquila, in tre giorni: l'Errante fa l'Errante e la cosa che più gli invidio stasera è che dorme a casa dai miei. Da sola non ci volevo stare e una bella combriccola sconclusionata si è autoconvocata a casa mia: chi scrive, chi legge, chi si innervosisce perché c'è troppo casino in poco spazio e così non si può lavorare, chi prepara spaghetti, chi mi fischietta Nino Rota. "Simili con simili": pensare quant'ho riso quando me l'ha detto un mio direttore la prima volta. Quanto mi fa bene ripensare ora a quella lezione di vita quando faccio fatica a farmi capire.

lunedì 2 aprile 2012

Tu prova ad avere un mondo nel cuore

Il bigliettino spiegazzato mi raggiunge al tavolino di un bar mentre prendo un caffè a un'ora improponibile con una mia amica. In passato abbiamo lavorato insieme in carcere, proprio in quello da cui è partito il foglietto per me. "Devi tornare a trovarli, Ci'", mi fa, mentre penso a quanto tempo è passato dall'ultima volta in cui l'ho fatto e mi sento precipitare dentro.

"Da quando ho scoperto l'arte, questa cella mi è diventata una prigione": la frase, forse la più toccante e illuminante di tutte, è nel film dei fratelli Taviani 'Cesare deve morire', che sono andata a vedere al cinema qualche giorno fa. Da sola, senza amici intorno, senza sorelle, né l'Errante. Gelosa come stessi guardando qualcosa che è intimamente mio, perché incrociare occhi, respirare odori, avere lo sguardo spezzato, conoscere storie di chi in galera ci vive è quanto di più bello mi sia mai capitato. Tra le critiche che sono state mosse alla pellicola vincitrice dell'Orso d'oro all'ultimo Festival di Berlino, c'è quella di non aver denunciato il grave problema del sovraffollamento degli istituiti di pena italiani. Personalmente, non credo sia questa la missione del film. Ai miei occhi non è infatti un film di denuncia, bensì un documentario magistrale che incontra la grandezza del cinema fatto da due maestri. Trovo invece sia vergognoso che della situazione delle carceri si parli poco, troppo poco. Releghiamo alla cronaca i suicidi di detenuti e agenti di polizia penitenziaria, ignoriamo le problematiche degli uni e degli altri, non ultima la battaglia sindacale per incrementare il numero di questi ultimi e la presa in considerazione di  misure alternative alla detenzione per i primi. Una vergogna che non dovrebbe esistere in un Paese civile e democratico: basti pensare al fatto che (stando agli ultimi dati diffusi dal rapporto di Caritas Ambrosiana), a livello europeo, in termini di sovraffollamento, l'unico Paese a star peggio di noi è la Bulgaria, da cui ci separa uno scarto di appena 3 punti percentuali. Il 31 dicembre 2011 (continua il rapporto) le persone detenute nei 206 istituti di pena italiani erano 66.897, a fronte di una capienza regolamentare complessiva dichiarata di 45.700 posti. Il tasso di affollamento delle carceri italiane è del 146%, ciò vuol dire che per ogni 100 posti disponibili sono detenute in cella 146 persone: per un detenuto su tre non c'è posto. Una situazione insopportabile, che ha portato nel 2009 la Corte europea dei diritti dell'uomo a condannare l'Italia perché la detenzione in queste condizioni rappresenta un trattamento "inumano e degradante". Dati che porterei dritta dritta sulla scrivania di un caporedattore di un noto settimanale femminile italiano, che lo scorso dicembre mi ha dato della "criminale", al telefono, quando gli ho proposto un articolo su un progetto di reinserimento dei detenuti che prevedeva la costituzione di band musicali e compagnie teatrali. "Si rende conto? Ma si vergogni!". E ha messo giù. Avrei tanto voluto chiedergli cosa farebbe se fosse genitore di un figlio che ha sbagliato, ha pagato per l'errore commesso e che cerca con non poca fatica il suo posto nel mondo.

"A Cinzia, che tutti possono vedere quando vogliono e io no", c'è scritto nel mio bigliettino. Un po' poesia, un po' rimprovero, ma quanto mondo dentro.

Il 6 aprile. Ci siamo, rieccolo alle porte. I miei amici mi chiamano, ci stringiamo e ci lasciamo sconquassare dai ricordi che non passano mai, dalle cicatrici dure a rimarginarsi. Nei giorni scorsi per L'Aquila ha gironzolato David Grossman. "Con voi posso condividere il dramma che ha colpito la mia famiglia sei anni fa - ha detto facendo riferimento alla morte in guerra del figlio Uri -. Perché in voi vedo il mio stesso dolore, il mio personale e quello della mia terra, Israele". Ha poi visto le chiavi degli aquilani, ancora appese in segno di protesta a una transenna sul corso: come i palestinesi all'ingresso dei campi profughi. La scena lo ha molto impressionato.

Si avvicina il 6 aprile, ci siamo, rieccolo. Piangersi addosso e sul latte versato mi fa uscire dai gangheri come poche altre cose. Metto qui allora la chiusa del bell'articolo di Aldo Cazzullo, sul Corriere di oggi: "Anche l'Italia, come L'Aquila, ha subìto un colpo duro, e talora si è lasciata andare - scrive -. Anche l'Italia ha davanti a sé un tempo lungo per ricostruirsi, ma ha risorse - a cominciare dai suoi giovani - per farcela. Anche nel momento più duro, sarà bene ricordarsi che c'è anche un Paese che tiene, c'è anche un Italia che - proprio come L'Aquila - resiste". Hag Pesach Sameach.

martedì 14 febbraio 2012

Bianca

Di lavoro non si deve morire. Lacrime e applausi, ieri, in tribunale a Torino alla lettura della sentenza di condanna a sedici anni di carcere per i vertici della Eternit, la multinazionale svizzera dell'amianto. "Non deve succedere, - sento rispondermi, tra le chiacchiere da bar -. Si rischia che poi nel nostro Paese non viene più a investire nessuno". E no, caro amico, nel migliore dei mondi possibile non dovrebbe accadere: non dovrebbero finire in carcere proprietari delle ditte e datori di lavoro, perché nel migliore dei mondi possibili non si lasciano i tuoi simili a lavorare dove viene messa a repentaglio la sicurezza, la salute, l'integrità psichica e mentale. Non si calpesta la dignità e i diritti, in primis quello alla salute, dei lavoratori, nel migliore dei mondi possibili. Non si lasciano i figli senza i padri, né le vedove o le madri mutilate, a causa del lavoro, nel migliore dei mondi possibili. Quello che è avvenuto ieri a Torino è solo il primo tassello, verso un mondo del lavoro più equo e giusto. Ma moltissimo resta da fare, in questo nostro Paese. Basti guardare a come cresce, giono dopo giorno, il numero di quelle che quasi beffardamente vengono chiamate "morti bianche" (perché 'bianche', che vuol dire? Cos'è che conferisce candore?). Quanti lanci d'agenzia mi scorrono sotto gli occhi ogni giorno, quanti altri morti restano senza nome e senza cronaca.

Il tema del lavoro ci distoglie gli occhi e il cuore da quella che ormai ci siamo abituati a chiamare "emergenza freddo". Ed emergenza, a casa mia in Abruzzo, lo è davvero. I miei non hanno mai visto niente di simile: auto letteralmente sparite sotto il manto della neve, strade inagibili, interi paesi isolati. Cumuli alti, in media, un metro e mezzo. Anche la luce è bianca e abbaglia, tutto si ferma: "All'inizio incanta e resti senza parole, Ci': poi passano i giorni e scopri di esserne prigioniero". Così mio babbo, vero uomo di passi e altura, dopo la prima settimana. Un febbraio antico, che riporta solidarietà tra vicini, quella dei più giovani verso gli anziani e le famiglie. La magia di veder scendere lupi e cervi fino in paese, in cerca di cibo, tra il silenzio e l'odore della legna che brucia nei camini.

A Milano fa solo tanto freddo: chiusi in casa, telefoniamo giù e guardiamo le foto che amici e non pubblicano su Facebook. E allora li sento tutti più vicini: i ragazzi de L'Aquila che sciano e fanno snowboard sul corso e davanti la chiesa di San Bernardino (che il centro della città non muoia, anche se isolato da tutto), un'anziana di Collelongo che porta via da sola la neve che le ostruisce la via di casa, servendosi di una carriola, il reportage di Paolo Rumiz, bellissimo, rimasto bloccato alla locanda della Bianca, a Balsorano. Tutto rallenta anche a Milano: l'Ebreo errante che col freddo resta di più a casa, gli amici che passano i pomeriggi a provare ricette e raccontarci storie. Neanche fossimo finiti nel Decameron. Senza vasi di basilico, però.

lunedì 31 ottobre 2011

Uscita di sicurezza

La nonna della mia amica-come-fosse-sorella non c'è più. La notizia mi arriva stamattina, dall'Egitto. Il pensiero della distanza mi strugge: pensieri, specchi velati e Kaddish, così da sentirmi più vicina a Puti. Mi tocca molto anche perché la mia di nonna, Stu', è cresciuta negli stessi luoghi. Stessa generazione, stessa tempra. Era nata sulla costa, però, perché appena 12 giorni prima c'era stato il terremoto del 1915 e il bisnonno Federico caricò la bisnonna Cecilia sul carretto e la portò nel posto più sicuro possibile, a casa dei suoi, nel Teramano. La Marsica non c'era più.

La notizia mi coglie oggi poco prima che un'altra amica mi mette davanti agli occhi la puntata di ieri di Report: fuori casa, mi ero persa l'ultimo servizio sulla ricostruzione de L'Aquila e sui 221 milioni stanziati dal Cipe per le scuole danneggiate dal terremoto. All'inizio penso di non capire, resto senza parole, lo guardo come senza audio. Sfilano davanti ai miei occhi le facce degli amministratori locali che, ahimé, conosco e riconosco. Poi no, poi mi assale una rabbia cieca, mista a un senso di impotenza.

“Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l'uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.
Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d'ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l'origine della convinzione popolare che, se l'umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra”. Lo ha scritto Ignazio Silone, in “Uscita di sicurezza”.

martedì 5 aprile 2011

Par che dorma

Nulla di fatto - finora - a Tunisi. Sta' a vedere che la strategia del "foera di ball" suggerita da un ministro della Repubblica non è proprio azzeccatissima per gestire e risolvere la cosiddetta emergenza immigrazione. Mi chiedo come si possa concepire l'idea dei respingimenti. L'idea di ricacciare indietro i propri simili solo perché hanno avuto la sventura di trovarsi dalla parte sbagliata del mare. Respingere profughi e migranti, per quanto mi riguarda, è quanto di più inumano possa essere concepito. Come chiudere gli occhi davanti alla pulizia etnica. E la storia recente tracima di fulgidi esempi.

"Allora pòrtateli a casa", mi sono sentita rispondere qualche sera fa. Avrei voluto suggerire di aprire un libro di Storia, uno qualsiasi, tanto per prendere atto che le ondate migratorie esistono da quando esiste l'umanità, da quando c'è chi sta meglio e chi sta peggio. Ma il punto è anche un altro: perché non si muove l'Onu? Perché le Nazioni Unite si muovono solo quando si arriva ai gesti estremi, esasperati e piovono le bombe? (E sempre col risultato dell'elefante nella cristalleria, aggiungo).

E' il sei, ragazzi miei, è di nuovo il sei. E tutto si risveglia e realizzi che no, non passa mai. Non ho avuto il coraggio neanche quest'anno di andarmelo a trascorrere a L'Aquila, a casa. Mi risuona nelle orecchie la voce rotta dal pianto e dalla disperazione di un barista di Bazzano, a dodici ore dalla scossa. Presi per sbaglio io la telefonata, avrebbe dovuto intervistarlo una mia collega: io pronta a tornare dai miei, lui lì, senza più niente, a scavare. Roberto è partito stamattina, io non ce la faccio a seguirlo. "Ho capito, ma se sei una brava giornalista devi rimanere fredda, anche se li conosci", mi disse la mia collega, quel 6 aprile 2009. Mai pensato di esserlo.

lunedì 20 dicembre 2010

Ci volevano sotto i ponti...

Comunque vadano le cose, qualcosa è cambiato. Non si vedeva una mobilitazione simile da almeno trent'anni. E stavolta non c'è da scegliere con chi stare, non c'entra la politica, non c'entrano gli apparati, di nessun genere. Non c'è la destra e la sinistra, non ci sono gli studenti e i professori, non c'è bianco o nero, non c'è niente. E' questo il punto: dopo non c'è niente.
E i gggiòvani stavolta l'hanno capito bene, hanno capito che finché i governi continuano a togliere risorse all'Istruzione non si va da nessuna parte, non c'è futuro, non c'è lavoro, non c'è progresso, non c'è domani, non c'è famiglia, non c'è Italia.
"Cota crociere: navighiamo verso l'ignoranza" hanno scritto in uno dei tanti striscioni i ragazzi a Torino. Fa bella mostra di sé all'ingresso dell'Edisu, l'Ente per il diritto allo studio - appunto -, adesso. Centro, ragazzi. L'ignoranza. C'è una cosa peggiore? "Meglio la peste che l'ignoranza", diceva mio nonno.
"Ci volevano sotto i ponti, ci avranno sui tetti": da stamattina quell'altro è sul tetto di Architettura, alla Sapienza. E' partito con l'idea di tirare fuori un articolo "embedded", poco fa mi diceva che c'è già materiale per un libro.
E' solo l'inizio, me lo ripeto, mi fa bene. Si parte con Roma. Poi un bel giro tra le C.A.S.E.. Poi sarà di nuovo 23: mancano due giorni e sono qua che mi danno per esorcizzarlo. Magari mi porto Andy: neve o non neve, "bomba o non bomba". Ah, l'onore - e l'onere - della sorellanza...

lunedì 29 novembre 2010

Nel grembo della terra ho seminato un grido. Cinque

Una coltellata. Una piaga che si riapre. Anzi, che non è chiusa (e come mai potrebbe esserlo?). Sentirti parlare di terremoto, del mio terremoto e de L'Aquila mi fa un effetto strano, da te. E' come mi afferrassi per le viscere svuotandomi, lasciandomi esanime, infliggendomi ferite, squarciando carne viva. Ti ascolto, non posso farne a meno ma è come mi stessi schiacciando e rischiacciando. Spesso mi viene chiesto com'è, com'è stato, come sto, come stanno, gli aquilani. E io avverto la stessa sensazione: una mano che mi profana, mi si avvinghia dentro e tira, tira.
Sono tanto fiera quanto gelosa delle mie origini. Guai a toccarmele, guai a spingersi oltre senza lasciapassare. Ho gettato l'atomica sopra una relazione durata anni appena mi hanno attaccato sulla mia essenza, sulle radici. Solo quelle forti, solo quelle profonde portano lontano, stillano linfa, non ti fanno cadere, danno un senso alla tua vita e sostentamento ai sogni. E, di conseguenza, sono quelle forti che suscitano invidie, scatenano cattiverie. Le radici profonde non gelano, mi ha insegnato la mia amica Stefania.
Sto costruendo qualcosa ora con chi la pensa come me, con chi soffre sofferenze indicibili per essere obbligato alla lontananza, forzato e costretto non per scelta, a differenza di me.
Ma sentire parlare de L'Aquila, raccontare quel dolore - che per me è unico, speciale, imparagonabile a nulla - mi destabilizza, mi riporta indietro a quella notte, in cui ho ricevuto la telefonata di mio padre poco dopo perché "Ho avuto pensiero che se l'avessi appreso dalla televisione avresti fatto un colpo. Siamo vivi, tutti". Prima di tutto, prima di tutto il resto. L'immagine di mio fratello sotto il letto, la mia amica che è rimasta giorni per strada, lo choc di una mia cugina, quell'altra scappata a Firenze, il mio migliore amico disperso per giorni, mia madre squassatadalla paura, mia nonna rassegnata ("Se è così che deve essere, così sia") e la freddezza di mio babbo, ancorato anche a quello, anche al suo terremoto. Perché non si trattava di aiutare a scavare gente - come ha fatto in Irpinia -, di aiutare la popolazione - come ha fatto in Umbria -, stavolta il terremoto era nostro e pertanto andava affrontato a viso aperto, con il mondo che ti balla sotto i piedi e travolge la vista e quel sibilo fortissimo nelle orecchie, quel vento che vento non è che fischia forte. E' un dolore che non è paragonabile a un lutto, non è paragonabile al dolore che si prova con la malattia, al dolore che si prova in qualsiasi altra cosa. E' un dolore unico, nel suo genere. E gridi e tiri pugni e ti disperi quando non ce la fai più. Ma non passa mai.

venerdì 1 ottobre 2010

Neanche se sei Eddy Merckx

Avrei voluto raccontare dell'inizio della mia nuova avventura a Torino, della chiacchierata con Mario Tronco dell'Orchestra di Piazza Vittorio, del ritorno di una persona speciale persa di vista da tanto. Invece no. Posto le parole di Michele Serra, al quale qualche pomeriggio fa al Teatro Franco Parenti non sono riuscita a dire a ne' bah. Posto le parole di Serra perché le condivido talmente tanto che avrei voluto scriverle io.

La nuova L'Aquila, periferia del centro commerciale
"Ricostruire un centro storico italiano è certamente un'impresa ardua, costosissima, forse impossibile. Proprio per questo sarebbe stato onesto - soprattutto nei confronti degli aquilani - evitare l'odioso spettacolo, trionfalista e irritante, della "ricostruzione dell'Aquila" servita in tutte le salse da un apparato mediatico, diciamo così, non particolarmente proprenso a indagare sulla realtà oggettiva. Io credo che il governo abbia avuto dei meriti operativi tutt'altro che trascurabili, dando un tetto a molte persone. Al netto delle eventuali speculazioni, parecchio è stato fatto. Ma quella non è l'Aquila, quella non è una città. E' un agglomerato d'emergenza, certamente più dignitoso delle ignobili baraccopoli nelle quali sono stati stipati per decenni, per generazioni altri terremotati italiani. Ma non tale da restituire agli aquilani la loro città e la loro identità.
Credo e temo che nel gongolante bilancio che Berlusconi ama fare di questa vicenda, conti anche la sua cultura urbanistica. I nuovi quartieri, puliti e senz'anima, sono il suo pane e il suo vanto. Gli devono parere bellissimi, senza la patina antica e la storia profonda che l'Italia vera possiede. Di qui - anche di qui - la sua certezza di aver "ricostruito l'Aquila" avendo fatto, invece, tutt'altra cosa. Sarebbe stato assai meglio avere l'umiltà di dire, fatti i dovuti rilievi e le dovute analisi, che non era possibile ridare l'Aquila agli aquilani, o perché troppo costoso o perché tecnicamente improbo".
Da Il Venerdì di Repubblica

lunedì 23 agosto 2010

Nel grembo della terra ho seminato un grido. Quattro


E' andata così: sono salita in macchina e mi ci hanno portato. Tre giorni dopo aver detto al mio amico Gab: "Non ancora, perché non me la sento". Poi ho pensato che era giusto tornare a L'Aquila, perché era ora. E ho avuto la reazione che ho avuto, com'era prevedibile. E ovviamente ce l'ho avuta a Collemaggio, l'ultimo posto che avevo visto prima dello squarcio, il Conservatorio, perché mio fratello mi aveva portato con lui.
Mi sono infilata in una giungla di imbragature e mastodontici cinturoni di sicurezza, come quelli delle auto. Mi sono fatta coraggio e dopo tanti passi ho incontrato il cielo, dentro. Al posto della volta, c'è il cielo. E questo basta anche per il resto.

Franz Di Cioccio, Pfm, che è di Pratola Peligna, l'altra sera mi ha parlato in dialetto. Mi mancava. "Abruzzo - mi fa -, ti amo. Tutto". A modo mio, ma anch'io.

mercoledì 12 maggio 2010

Chissà se trema


La prima tesi di fondo è che il terremoto ha provocato danni e dolori a tanti e procurato affari d'oro a pochi affaristi, tutti agganciati con la politica. La seconda è che L'Aquila è stata un laboratorio di privazione delle libertà individuali con la scusa dell'efficenza e di una protezione forse troppo paternalista. Detto ciò, non potevo non andare a vedere Draquila, l'Italia che trema, che sarà presentato fuori concorso, in questi giorni, a Cannes.
Ovviamente l'ho visto a modo mio: fiumi di lacrime ogni due per tre e mal di stomaco fino al giorno dopo per la rabbia e l'impotenza. Schierato, partigiano, estremo. Questa volta però dico grazie a Sabina Guzzanti: è riuscita a raccontare quello che altri - in primis i giornalisti - non hanno potuto. E partendo da una realtà locale è riuscita a dare una fotografia completa dello stato dell'intera nazione. Se avete l'apertura mentale di andarlo a vedere, capirete anche voi.

Nella foto (Apcom) la Guzzanti con il sindaco, Massimo Cialente

martedì 6 aprile 2010

Nel grembo della terra ho seminato un grido. Tre

Oggi non piove
la terra non si muove
vola farfalla
la terra oggi non balla
ieri pioveva
la terra si muoveva
sabbia di mare
casa mia non sa ballare
resta ferma e cade giù
casa mia non ce l'ho più

Ma oggi non piove
facciamo case nuove
case farfalla
gentili le vorrei
che se la terra balla
loro ballano con lei.
Bruno Tognolini

Ore 3.32 del 6 aprile del 2009: 308 vittime, duemila feriti e una ferita che non si rimargina.

mercoledì 26 agosto 2009

Se non è revisionismo questo

Che c'entrano le gerarchie vaticane con la festa della Perdonanza de L'Aquila? E' come invitare Hitler alla Giornata della cultura ebraica.

Non servono a niente le mie parole, ma quelle di un grande scrittore sì: leggete Ignazio Silone, L'avventura di un povero cristiano.