In macchina, in tre, nei dintorni de L'Aquila: Ottocento e poi re Carlo, che tornava anche allora da Poitier. Ti ritrovo dieci anni dopo, in un paese nel cuore della Marsica, nel cortile di un castello
di cui ignoravo l'esistenza fino a tre ore prima, raro gioiello che il
terremoto - l'altro, il nostro - ha voluto in piedi: come faccio a dirti che di te serbo un ricordo splendido? Sul palco, interpreti brani - con altri, tra gli altri - di Silone e Flaiano e Ovidio e Janni: un reading di letture dedicate all'Abruzzo, che ha selezionato Dacia Maraini. Accanto ho la mia sorella vera e davanti agli occhi anche Piera Degli Esposti, che ha letto un brano di Natalia. La ritrovo la sera dopo, la mia Natalia Ginzburg: un estratto di pochi secondi di una sua intervista saltata fuori da chissà quale teca Rai, mentre vengo accolta in una vecchia cucina di Santo Stefano di Sessanio. Quello stesso pomeriggio la voce di Franco Battiato risuonava da dentro il nero di una vecchia cantina. E ancora Faber, con Boccadirosa, a Castelli, mentre un vecchio artigiano creava sotto i miei occhi un piatto, girando il tornio col piede. In mente avevo Chi si muove con grazia di Nelo Risi.
Estate di grandi ritorni, di compagnie di vita e di viaggio, di pezzi di famiglia e di storia strappati all'oblio e alle erbacce, nelle nostre Spoon River di montagna. Il Gran Sasso, finalmente, e i giganti di verde e pietra che custodiscono pace e persone, posti dove i telefoni non prendono, la mente si svuota, lo sguardo si perde, l'Errante è solo un ragazzo sveglio e ogni cosa si fa leggera: il vento di Campo Imperatore, che porta in alto, come aquiloni.
"Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti". Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter
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martedì 14 agosto 2012
martedì 14 febbraio 2012
Bianca
Di lavoro non si deve morire. Lacrime e applausi, ieri, in tribunale a Torino alla lettura della sentenza di condanna a sedici anni di carcere per i vertici della Eternit, la multinazionale svizzera dell'amianto. "Non deve succedere, - sento rispondermi, tra le chiacchiere da bar -. Si rischia che poi nel nostro Paese non viene più a investire nessuno". E no, caro amico, nel migliore dei mondi possibile non dovrebbe accadere: non dovrebbero finire in carcere proprietari delle ditte e datori di lavoro, perché nel migliore dei mondi possibili non si lasciano i tuoi simili a lavorare dove viene messa a repentaglio la sicurezza, la salute, l'integrità psichica e mentale. Non si calpesta la dignità e i diritti, in primis quello alla salute, dei lavoratori, nel migliore dei mondi possibili. Non si lasciano i figli senza i padri, né le vedove o le madri mutilate, a causa del lavoro, nel migliore dei mondi possibili. Quello che è avvenuto ieri a Torino è solo il primo tassello, verso un mondo del lavoro più equo e giusto. Ma moltissimo resta da fare, in questo nostro Paese. Basti guardare a come cresce, giono dopo giorno, il numero di quelle che quasi beffardamente vengono chiamate "morti bianche" (perché 'bianche', che vuol dire? Cos'è che conferisce candore?). Quanti lanci d'agenzia mi scorrono sotto gli occhi ogni giorno, quanti altri morti restano senza nome e senza cronaca.
Il tema del lavoro ci distoglie gli occhi e il cuore da quella che ormai ci siamo abituati a chiamare "emergenza freddo". Ed emergenza, a casa mia in Abruzzo, lo è davvero. I miei non hanno mai visto niente di simile: auto letteralmente sparite sotto il manto della neve, strade inagibili, interi paesi isolati. Cumuli alti, in media, un metro e mezzo. Anche la luce è bianca e abbaglia, tutto si ferma: "All'inizio incanta e resti senza parole, Ci': poi passano i giorni e scopri di esserne prigioniero". Così mio babbo, vero uomo di passi e altura, dopo la prima settimana. Un febbraio antico, che riporta solidarietà tra vicini, quella dei più giovani verso gli anziani e le famiglie. La magia di veder scendere lupi e cervi fino in paese, in cerca di cibo, tra il silenzio e l'odore della legna che brucia nei camini.
A Milano fa solo tanto freddo: chiusi in casa, telefoniamo giù e guardiamo le foto che amici e non pubblicano su Facebook. E allora li sento tutti più vicini: i ragazzi de L'Aquila che sciano e fanno snowboard sul corso e davanti la chiesa di San Bernardino (che il centro della città non muoia, anche se isolato da tutto), un'anziana di Collelongo che porta via da sola la neve che le ostruisce la via di casa, servendosi di una carriola, il reportage di Paolo Rumiz, bellissimo, rimasto bloccato alla locanda della Bianca, a Balsorano. Tutto rallenta anche a Milano: l'Ebreo errante che col freddo resta di più a casa, gli amici che passano i pomeriggi a provare ricette e raccontarci storie. Neanche fossimo finiti nel Decameron. Senza vasi di basilico, però.
Il tema del lavoro ci distoglie gli occhi e il cuore da quella che ormai ci siamo abituati a chiamare "emergenza freddo". Ed emergenza, a casa mia in Abruzzo, lo è davvero. I miei non hanno mai visto niente di simile: auto letteralmente sparite sotto il manto della neve, strade inagibili, interi paesi isolati. Cumuli alti, in media, un metro e mezzo. Anche la luce è bianca e abbaglia, tutto si ferma: "All'inizio incanta e resti senza parole, Ci': poi passano i giorni e scopri di esserne prigioniero". Così mio babbo, vero uomo di passi e altura, dopo la prima settimana. Un febbraio antico, che riporta solidarietà tra vicini, quella dei più giovani verso gli anziani e le famiglie. La magia di veder scendere lupi e cervi fino in paese, in cerca di cibo, tra il silenzio e l'odore della legna che brucia nei camini.
A Milano fa solo tanto freddo: chiusi in casa, telefoniamo giù e guardiamo le foto che amici e non pubblicano su Facebook. E allora li sento tutti più vicini: i ragazzi de L'Aquila che sciano e fanno snowboard sul corso e davanti la chiesa di San Bernardino (che il centro della città non muoia, anche se isolato da tutto), un'anziana di Collelongo che porta via da sola la neve che le ostruisce la via di casa, servendosi di una carriola, il reportage di Paolo Rumiz, bellissimo, rimasto bloccato alla locanda della Bianca, a Balsorano. Tutto rallenta anche a Milano: l'Ebreo errante che col freddo resta di più a casa, gli amici che passano i pomeriggi a provare ricette e raccontarci storie. Neanche fossimo finiti nel Decameron. Senza vasi di basilico, però.
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lunedì 31 ottobre 2011
Uscita di sicurezza
La nonna della mia amica-come-fosse-sorella non c'è più. La notizia mi arriva stamattina, dall'Egitto. Il pensiero della distanza mi strugge: pensieri, specchi velati e Kaddish, così da sentirmi più vicina a Puti. Mi tocca molto anche perché la mia di nonna, Stu', è cresciuta negli stessi luoghi. Stessa generazione, stessa tempra. Era nata sulla costa, però, perché appena 12 giorni prima c'era stato il terremoto del 1915 e il bisnonno Federico caricò la bisnonna Cecilia sul carretto e la portò nel posto più sicuro possibile, a casa dei suoi, nel Teramano. La Marsica non c'era più.
La notizia mi coglie oggi poco prima che un'altra amica mi mette davanti agli occhi la puntata di ieri di Report: fuori casa, mi ero persa l'ultimo servizio sulla ricostruzione de L'Aquila e sui 221 milioni stanziati dal Cipe per le scuole danneggiate dal terremoto. All'inizio penso di non capire, resto senza parole, lo guardo come senza audio. Sfilano davanti ai miei occhi le facce degli amministratori locali che, ahimé, conosco e riconosco. Poi no, poi mi assale una rabbia cieca, mista a un senso di impotenza.
“Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l'uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.
Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d'ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l'origine della convinzione popolare che, se l'umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra”. Lo ha scritto Ignazio Silone, in “Uscita di sicurezza”.
La notizia mi coglie oggi poco prima che un'altra amica mi mette davanti agli occhi la puntata di ieri di Report: fuori casa, mi ero persa l'ultimo servizio sulla ricostruzione de L'Aquila e sui 221 milioni stanziati dal Cipe per le scuole danneggiate dal terremoto. All'inizio penso di non capire, resto senza parole, lo guardo come senza audio. Sfilano davanti ai miei occhi le facce degli amministratori locali che, ahimé, conosco e riconosco. Poi no, poi mi assale una rabbia cieca, mista a un senso di impotenza.
“Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l'uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.
Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d'ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l'origine della convinzione popolare che, se l'umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra”. Lo ha scritto Ignazio Silone, in “Uscita di sicurezza”.
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domenica 9 gennaio 2011
E' una tribù che balla

Sveglia all'alba - che per me, di domenica, è mezzogiorno -, accendo il pc, apro tutto l'ambaradan e su Facebook iniziano a scorrermi sotto gli occhi commenti dei miei contatti maglianesi e marsicani che sono tutti un 'paura', 'e ci risiamo' e 'tu l'hai sentito?', 'Madonna che botta', 'tremo tutto', etc etc. C'è stata una scossa di terremoto, intorno alle 11 e mezza: 3.9, epicentro nel Fucino e, precisamente, nel mio paesello, mi spiega un'Adn. Nello stesso momento su Rainews passa l'ultim'ora. Penso che alle 11 e 36 mio fratello aveva un treno per Roma, i miei erano sicuramente fuori casa. Afferro il telefono, che comincia a squillare: è babbo.
Figurarsi, mi cascano dal pero, come al solito. Io li adoro. Mio papà se ne lava subito le mani "Ah-ha, guarda, siamo appena rientrati. Ti passo mamma". Arriva lei: "Quando? E l'epicentro dove? Ah. Manno', non abbiamo sentito niente, ero al centro commerciale co' tuo padre. E comunque ora devo chiudere, c'è di nuovo il telefono che squilla di là, tutta gente che chiama pe' sape' se siamo vivi. Sai che dico? Tiè!". Sono meravigliosi.
Figurarsi, mi cascano dal pero, come al solito. Io li adoro. Mio papà se ne lava subito le mani "Ah-ha, guarda, siamo appena rientrati. Ti passo mamma". Arriva lei: "Quando? E l'epicentro dove? Ah. Manno', non abbiamo sentito niente, ero al centro commerciale co' tuo padre. E comunque ora devo chiudere, c'è di nuovo il telefono che squilla di là, tutta gente che chiama pe' sape' se siamo vivi. Sai che dico? Tiè!". Sono meravigliosi.
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mercoledì 8 aprile 2009
Nel grembo della terra ho seminato un grido

"J'Abbruzze... ciada' veni'... pe' vvede' je sorrise strette deje contadine, l'abbraccio delle donne, le'ndustrie che hann pers e la terra che vvo' vence... sempre... anche quanne fa male cusci'! J'Abbruzze è lla terra me' e i' me sende sole quanne me dicene "ma addo' sta?"... ma i' me sende forte quanne po' ce lle diche!!! Spigni Compa', rinasce più forte ogni vorta l'Abruzzo".
Ho scoperto una cosa che non credevo di avere e l'ho scoperta nella maniera peggiore, col dolore. Provando dolore e un senso di inadeguatezza e di impotenza mai provato nella vita. Ho scoperto l'orgoglio di essere nata lì, di essere cresciuta lì, di sentire di dover tornare lì ogni qual volta ho bisogno di sentirmi rassicurata dalle mie radici. E soffro. Vorrei sentire meno stronzate, meno opinioni di perfetti ignoranti che in un momento del genere si ergono a esperti, meno frasi fatte, meno sciacallate, comprese quelle dei colleghi giornalisti che devono fare sempre quelli che hanno capito tutto. Abbiate rispetto per il dolore - che non possiate mai provare ma -, che non essendo dei nostri, non potrete mai capire. Siamo abruzzesi, inscalfibili per natura, siamo il popolo che forse più di tutti si riconosce nella sua proverbiale testardaggine, i suoi paraocchi che alla lunga portano all'obiettivo, la capacità di aspettare il momento buono. Che arriva sempre e ripaga del sacrificio subito. Chi semina raccoglie, ci insegnano quando siamo bambini. E questa stessa mia gente saprà uscire anche da questo inferno. Gli abruzzesi ce la fanno.
(Foto Ansa)
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