Come si spiega l'odio a un bambino? Come spiegargli quanto accaduto a Tolosa? Passo davanti alla scuola di via Arzaga, qui a Milano, presidiata giorno e notte dai militari. Respiro nell'aria quello che mai avrei voluto respirare. Solo quattro giorni fa la notizia dell'arresto a Brescia del 20enne di origini marocchine accusato di terrorismo: per gli inquirenti stava pianificando un attentato al Tempio di via della Guastalla, lo stesso in cui giovedì la Comunità accoglierà quanti vorranno unirsi alla tefillà, alla preghiera, per le vittime francesi.
Su La Repubblica di oggi lo scrittore francese Marek Halter pone l'attenzione sulle campagne xenofobe di certa politica. "Un no collettivo all'antisemitismo, il primo dovere dell'Europa", la sintesi della riflessione di Bernard Henry-Lévy riportata sul Corriere. "Domattina a scuola arriveranno bambini che saranno a conoscenza di quanto accaduto e altri no. Li ascolteremo, ascolteremo le loro domande, le loro paure, li lasceremo parlare e poi risponderemo": mi hanno molto toccato ieri sera le parole della preside della Scuola ebraica di Torino, Sonia Brunetti Luzzati, ospite dell'Infedele del caro Gad Lerner. Amare e dolorosissime le parole della mia Elena Loewenthal, che leggo su La Stampa: in Europa "l'antico demone dell'antisemitismo è ancora vivo, aleggia, sta sotterraneo, magari appena sotto la la superficie della civiltà civile e benpensante. E' un demone antico e tenace, l'antisemitismo (...) Questo pregiudizio, quando viene fuori, non parla, ma distrugge".
Quel "non parla ma distrugge" mi resta dentro e scava, scava. E' così ma non possiamo non credere che l'odio è una malattia e come tutte le malattie si affrontano curandole. Curandole, prendendosene cura. E l'odio lo si annienta non con le armi ma con la parola - davar - il dialogo, la cultura, l'amore, come dice con forza il Rebbe di Venezia. Ci stringeremo ancora di più e andremo avanti con in alto i cuori e passerà questa paura, riaffermeremo con forza la vittoria del multiculturalismo e dei valori della libertà e della democrazia. Ora però è il tempo del dolore, in Francia la Bestia - per dirla con David Grossman - si è accanita ed ha ucciso bambini, e con loro, oggi, la nostra speranza di un futuro migliore. Da domani potremo ricominciare a pensare alle parole di Isaia e pregheremo affinché potremo godere del tempo in cui "il lupo abiterà con l'agnello e il leopardo giacerà col capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno insieme e un bambino li guiderà". (Isaia,11, 6-9)
"Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti". Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter
martedì 20 marzo 2012
lunedì 12 marzo 2012
Io ballo con Bach
Il punto non è essere a favore o contro ma sapersi dotare di quell'obiettività che consente di poter guardare in faccia la realtà senza ipocrisie né schermi ideologici. Della Tav (o non Tav) mi sono fatta quest'idea. E sul piatto della bilancia vanno messi non solo costi e benefici dal mero punto di vista economico ma vanno soppesati anche risvolti e implicazioni socio-sanitarie. Non solo, infatti, la costruzione della linea ad alta velocità che consentirebbe di collegare Torino a Lione in un'ora e 40 minuti comporta costi d'opera elevatissimi, gonfiati nel nostro Paese anche per via della corruzione e di mire e appetiti delle organizzazioni mafiose. Comporta anche un mastodontico costo sociale e la questione della salvaguardia ambientale. Andrebbe infatti scavato un tunnel all'interno di una montagna contenente amianto e uranio e fanno paura anche polveri e inquinamento prodotti dai mezzi nei cantieri. La ferrovia, poi, devasterebbe il territorio e distruggerebbe le falde. Siamo allora sicuri di essere davanti alla miglior soluzione possibile? Lo scrivo mentre in questi giorni il governo ribadisce la linea dell'avanti tutta e sembra non prendere in considerazione l'ipotesi di rinvii o abiure.
Giorni d'avanti tutta, un po' come i miei. "Altro che papaja, Querida - fa piombandomi in casa la mia sorella nell'arte -: ta-daan, fiori di Bach: ti ho portato Olive, così non ti stanchi, non ti sciupi e non t'addormenti più sul tram" (in effetti l'altra sera sono venuti a recuperarmi dall'altra parte della città). E all'Errante: "Tieni, per te invece ho preso Heather". "Uh - gli fa il verso quell'altro -, in effetti mi manca Fantastico". "No - ribatte secco e garrulo la mia sorella indomita - quattro gocce fanno miracoli contro l'egocentrismo". Eh sì, è amore. Fiori o non fiori, realizzo che c'è una sola cosa da fare: mi tiro dietro la porta e "dò sfogo alla mia turpe voglia", come canta Guccini: lo ascolto, Bach.
Giorni d'avanti tutta, un po' come i miei. "Altro che papaja, Querida - fa piombandomi in casa la mia sorella nell'arte -: ta-daan, fiori di Bach: ti ho portato Olive, così non ti stanchi, non ti sciupi e non t'addormenti più sul tram" (in effetti l'altra sera sono venuti a recuperarmi dall'altra parte della città). E all'Errante: "Tieni, per te invece ho preso Heather". "Uh - gli fa il verso quell'altro -, in effetti mi manca Fantastico". "No - ribatte secco e garrulo la mia sorella indomita - quattro gocce fanno miracoli contro l'egocentrismo". Eh sì, è amore. Fiori o non fiori, realizzo che c'è una sola cosa da fare: mi tiro dietro la porta e "dò sfogo alla mia turpe voglia", come canta Guccini: lo ascolto, Bach.
giovedì 1 marzo 2012
Disperata, erotica e stomp
Non sopporto quando mi chiedono "Come stai?" quando si vede lontano un miglio che sto male, né "Va meglio, oggi?" quando è palese che sì, passata è la tempesta. Odio la retorica, i piagnistei, le frasi fatte e chi si lamenta a prescindere, che finisce dritto nella black list di quelli che tengo a debita distanza. E l'embargo a volte può durare giorni, altre mesi, poche per sempre. Preambolo per dire che la morte di Lucio Dalla mi tocca, e pure di molto. Perché di ricordi si campa tutti, soprattutto quando si fanno "patrimonio nazionale".
Nel mio strapiccolo claustrofobico, ricordo quando telefonavo la domenica mattina in radio a mio zio, per chiedergli di passare "Attenti al lupo" o quando scoppiai in lacrime in macchina davanti a un mio ex cantando - e irrimediabilmente storpiando - "Tu non mi basti mai". Qualche giorno fa, poi, canticchiavamo in casa "Canzone", con Robbo, perché c'è Napoli dentro ed è rasserenante: io con lo strofinaccio intrecciato sulla testa, lui coi mestoli in mano.
E poi ritorna quel giorno di quasi sette anni fa, quando lo incontrai, Lucione, per caso, in una libreria a Milano. Sola io, solo lui. Si aggirava, come me, tra gli scaffali. Allora mi avvicinai e lo colpì "Sostiene Pereira" di Tabucchi, che avevo in mano. Pochi istanti dopo andò a rifugiarsi nella tabaccheria di fronte, perché gli mancava il sigaro. Io ero scesa da un paio d'ore dal treno, il giorno dopo avrei avuto i test per la scuola di giornalismo. Insomma, "tutti e due a far qualcosa di importante, di unico e di grande".
Nel mio strapiccolo claustrofobico, ricordo quando telefonavo la domenica mattina in radio a mio zio, per chiedergli di passare "Attenti al lupo" o quando scoppiai in lacrime in macchina davanti a un mio ex cantando - e irrimediabilmente storpiando - "Tu non mi basti mai". Qualche giorno fa, poi, canticchiavamo in casa "Canzone", con Robbo, perché c'è Napoli dentro ed è rasserenante: io con lo strofinaccio intrecciato sulla testa, lui coi mestoli in mano.
E poi ritorna quel giorno di quasi sette anni fa, quando lo incontrai, Lucione, per caso, in una libreria a Milano. Sola io, solo lui. Si aggirava, come me, tra gli scaffali. Allora mi avvicinai e lo colpì "Sostiene Pereira" di Tabucchi, che avevo in mano. Pochi istanti dopo andò a rifugiarsi nella tabaccheria di fronte, perché gli mancava il sigaro. Io ero scesa da un paio d'ore dal treno, il giorno dopo avrei avuto i test per la scuola di giornalismo. Insomma, "tutti e due a far qualcosa di importante, di unico e di grande".
lunedì 27 febbraio 2012
Carte da decifrare
"Non succederà più, che torni alle tre e io mi addormento senza te", canta la Mori. Insomma rifletto, mi faccio venire le idee, passo in rassegna libri, autori, poesie, bozze, testi, canzoni, in cerca di intuizioni e bellezza da condividere. Passa la stanchezza, passano il sonno e le ore. Finché mi piomba addosso l'Errante da chissà dove, si esalta, le riprende, le declama urbi et orbi e ciao, stuoli di fan adoranti cascano svenuti. Lo chiamano "ghostwriting". Io, a volte, penso sia una gran fregatura.
mercoledì 15 febbraio 2012
Le affinità elettive
Alle affinità elettive, io, ci credo da sempre. È il metro con cui scelgo amicizie e compagni di viaggio. Stasera Milano mi ha portato in dono la mia amica Roberta Anau, autrice del bel libro “Anatre, oche e rabbini” (edizioni e/o), di cui ho scritto tra questi liberi pensieri semplici qualche mese fa. Finalmente, dopo mesi e presentazioni sparse qua e là, l'agognato momento di scambiarsi sorrisi e abbracci è arrivato. Serata subito in vetta alla mia hit parade dei momenti migliori: tutto un trovarsi e ritrovarsi continuo, una sensazione di condivisione e infinita naturalezza, affinità intellettuali, coincidenze di ogni tipo da tonfi al cuore. E poi foto di famiglia che raccontano di persone e radici, pagine da risfogliare insieme, le mie tanto agognate ricette, di quelle che sono dedicate “alle nostre madri, alle madri delle nostre madri, alle madri delle madri delle nostre madri...”.
“Le radici profonde non gelano”, mi scrisse anni fa, a Perugia, una persona a cui ho voluto bene davvero, e a cui ne voglio tutt'ora. Incredibile e meraviglioso come ci si incontri, ci si scopra, si condivida pezzi di vita e di vissuto. Felice, penso a domani, quando racconterò di aver conosciuto anche un pezzo di famiglia dell'adorato Lele Luzzati e di averne scorto il viso del padre a un matrimonio degli anni Quaranta. Vado a letto con una gran voglia di buricchi e charoset, di cuscussù e latkes. E di riveder presto tutti coloro che mi hanno regalato emozioni tanto forti, stasera. “Gli ultimi saranno i primi”, leggo tra le righe delle mie dediche: sorrido, penso alla faccia dell'Errante quando glielo racconterò e che sì, domani farò una telefonata al mio amico che crea ceramiche, in Abruzzo: chissà che non ci dipinga dei piatti in tempo per Pesach.
martedì 14 febbraio 2012
Bianca
Di lavoro non si deve morire. Lacrime e applausi, ieri, in tribunale a Torino alla lettura della sentenza di condanna a sedici anni di carcere per i vertici della Eternit, la multinazionale svizzera dell'amianto. "Non deve succedere, - sento rispondermi, tra le chiacchiere da bar -. Si rischia che poi nel nostro Paese non viene più a investire nessuno". E no, caro amico, nel migliore dei mondi possibile non dovrebbe accadere: non dovrebbero finire in carcere proprietari delle ditte e datori di lavoro, perché nel migliore dei mondi possibili non si lasciano i tuoi simili a lavorare dove viene messa a repentaglio la sicurezza, la salute, l'integrità psichica e mentale. Non si calpesta la dignità e i diritti, in primis quello alla salute, dei lavoratori, nel migliore dei mondi possibili. Non si lasciano i figli senza i padri, né le vedove o le madri mutilate, a causa del lavoro, nel migliore dei mondi possibili. Quello che è avvenuto ieri a Torino è solo il primo tassello, verso un mondo del lavoro più equo e giusto. Ma moltissimo resta da fare, in questo nostro Paese. Basti guardare a come cresce, giono dopo giorno, il numero di quelle che quasi beffardamente vengono chiamate "morti bianche" (perché 'bianche', che vuol dire? Cos'è che conferisce candore?). Quanti lanci d'agenzia mi scorrono sotto gli occhi ogni giorno, quanti altri morti restano senza nome e senza cronaca.
Il tema del lavoro ci distoglie gli occhi e il cuore da quella che ormai ci siamo abituati a chiamare "emergenza freddo". Ed emergenza, a casa mia in Abruzzo, lo è davvero. I miei non hanno mai visto niente di simile: auto letteralmente sparite sotto il manto della neve, strade inagibili, interi paesi isolati. Cumuli alti, in media, un metro e mezzo. Anche la luce è bianca e abbaglia, tutto si ferma: "All'inizio incanta e resti senza parole, Ci': poi passano i giorni e scopri di esserne prigioniero". Così mio babbo, vero uomo di passi e altura, dopo la prima settimana. Un febbraio antico, che riporta solidarietà tra vicini, quella dei più giovani verso gli anziani e le famiglie. La magia di veder scendere lupi e cervi fino in paese, in cerca di cibo, tra il silenzio e l'odore della legna che brucia nei camini.
A Milano fa solo tanto freddo: chiusi in casa, telefoniamo giù e guardiamo le foto che amici e non pubblicano su Facebook. E allora li sento tutti più vicini: i ragazzi de L'Aquila che sciano e fanno snowboard sul corso e davanti la chiesa di San Bernardino (che il centro della città non muoia, anche se isolato da tutto), un'anziana di Collelongo che porta via da sola la neve che le ostruisce la via di casa, servendosi di una carriola, il reportage di Paolo Rumiz, bellissimo, rimasto bloccato alla locanda della Bianca, a Balsorano. Tutto rallenta anche a Milano: l'Ebreo errante che col freddo resta di più a casa, gli amici che passano i pomeriggi a provare ricette e raccontarci storie. Neanche fossimo finiti nel Decameron. Senza vasi di basilico, però.
Il tema del lavoro ci distoglie gli occhi e il cuore da quella che ormai ci siamo abituati a chiamare "emergenza freddo". Ed emergenza, a casa mia in Abruzzo, lo è davvero. I miei non hanno mai visto niente di simile: auto letteralmente sparite sotto il manto della neve, strade inagibili, interi paesi isolati. Cumuli alti, in media, un metro e mezzo. Anche la luce è bianca e abbaglia, tutto si ferma: "All'inizio incanta e resti senza parole, Ci': poi passano i giorni e scopri di esserne prigioniero". Così mio babbo, vero uomo di passi e altura, dopo la prima settimana. Un febbraio antico, che riporta solidarietà tra vicini, quella dei più giovani verso gli anziani e le famiglie. La magia di veder scendere lupi e cervi fino in paese, in cerca di cibo, tra il silenzio e l'odore della legna che brucia nei camini.
A Milano fa solo tanto freddo: chiusi in casa, telefoniamo giù e guardiamo le foto che amici e non pubblicano su Facebook. E allora li sento tutti più vicini: i ragazzi de L'Aquila che sciano e fanno snowboard sul corso e davanti la chiesa di San Bernardino (che il centro della città non muoia, anche se isolato da tutto), un'anziana di Collelongo che porta via da sola la neve che le ostruisce la via di casa, servendosi di una carriola, il reportage di Paolo Rumiz, bellissimo, rimasto bloccato alla locanda della Bianca, a Balsorano. Tutto rallenta anche a Milano: l'Ebreo errante che col freddo resta di più a casa, gli amici che passano i pomeriggi a provare ricette e raccontarci storie. Neanche fossimo finiti nel Decameron. Senza vasi di basilico, però.
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