mercoledì 13 novembre 2013

Il genio

Ma come può sapere cos’è, il bosco d’autunno, chi vive in città? Come può sapere com’è? Come può  immaginarne i colori, gli odori, le forme, le luci, le vite, gli spazi, gli orizzonti, le presenze? E come ci si può rassegnare a vivere senza?

Assenze, presenze, colori, odori, umori, una storia d’alpinismo: ‘La prima neve’ di Andrea Segre dagli occhi passa nelle ossa ed esplode nel cuore. Con forza, con grazia, con violenza, anche. Con i vuoti e i pieni. Talmente bello da urlare al miracolo.

Ho dato via i ramponi. I miei. Li ho regalati a Nicco, glieli ho infilati a tradimento in macchina di ritorno da Genova, dopo aver moderato l’incontro col Re della goulotte. Di quella goulotte. Non ho voluto glielo dicessero prima dell’intervista ma lui ha capito lo stesso, mi ha scritto il giorno dopo. L’ha sentito appena ho messo piede in sede, come fiutano i selvatici. Vedere il cuore dagli occhi, ascoltare i non detti, conoscere da sé.

Gli Oracoli di Ulisse, era una tua proposta. Ci sono tornati, di sabato, i due Lollo. Come ci fossi stato anche tu, ci dicono. Voglio imparare a saper stare sulla passerella. Comunione. Alpinisti.

lunedì 21 ottobre 2013

Senza fine

Un anno senza. Bamboline, catene di rinvii, corde. Non tanto il machard "ma il barcaiolo Ci', cristo! Almeno quello, almeno per le doppie, fallo!", sfuria Dan. Avete ragione, avete tutti ragione ma i nodi intanto continuo a non farli. E non mi sono più iscritta a inglese. Non ho più fatto i lavori in casa. L'alga spirulina sì, l'ho presa, ma secondo me ti sbagliavi. C'è stato un Natale che non è stato Natale e un Pesach che è stato Pesach. Un compleanno da dimenticare. Due, anche il tuo. Al Ghetto ormai sono di casa. I bambini sono cresciuti (e continuano a farlo). "I funerali di Togliatti" di Guttuso e la "Cariatide blu" di Modigliani. Chaim Potok. Un film bellissimo visto al cinema tre volte (tutte da sola, ci tenevo). Ho ripreso a guidare. Poi Roma, tanto, tante volte. Mi sono circondata delle persone di cui avevo voglia. Sono stata bene, anche. Si sono rafforzate amicizie. Ho conosciuto gente nuova. Ho scelto cosa tenere e cosa lasciare andare. Cosa proseguire e cosa smettere. Ho imparato ad apprezzare e a trovare il tempo. A correre meno. A darmi di più. A fare quello che voglio fare. O almeno a saperlo mettere a fuoco. Ho odiato la montagna. Di un odio cieco, ho sofferto. Poi ci sono tornata addosso, come una figliol prodiga.

Ho provato emozioni fortissime e anche il nulla più totale, in quest'anno. Ho toccato la voragine e, a volte, ne ho potuto misurare il confine. So cosa fa il dolore, cosa porta con sé la morte. Ormai non dormo più bene. Sogno pochissimo e ho praticamente smesso, ad occhi aperti. Ho rivisto il mare. Non ho più paura dei pipistrelli. Dell'acqua sì, anche del buio e dei bivacchi (ma l'ultima volta sono stata bravissima). Con tuo fratello, per sistemare casa tua. Non ce l'abbiamo fatta: strano, senza te, tutto estraneo. Allora ho aperto l'armadio e sprofondato il viso nelle tue giacche a vento.

Ieri sera, con l'Hidalgo, davanti al pc si parlava del Bianco e dell'Aiguille. Ci siamo messi a cercare foto online, voleva farmi vedere vie. Sei saltato fuori: a un tratto, ho visto le foto della tua uscita in Friuli. Cos'è il destino, il caso, alle volte: Google ci ha fatti finire su un sito, che a sua volta ospita diversi blog. Siamo finiti senza rendercene conto in quello di BD. Ipnotizzati - saliva come un dannato, BD, e le foto sapeva proprio farle -, sei spuntato attaccato a una parete. Ho fatto un salto sulla sedia, l'Hidalgo pietrificato. Ho sorriso, ho gridato dalla gioia, ho inoltrato i link a tuo fratello: ancora un tesoro. Non ci sei più, e neanche BD, ma ci avete fregati di nuovo. Senza fine, la la la la la la, la la la...

giovedì 3 ottobre 2013

These days

A volte ritornano. Col caschetto, la corda, la daisy chain. A dormire presto, il venerdì sera. Io e l'Hidalgo. Con un gran groppo alla bocca dello stomaco. Andiamo perché è ora. So meglio cosa è stato. E quanto m'è costato. Serena, viva. Sento la roccia, calda, sotto le mani. Mi avvicino piano, con rispetto. Aderisco a lei, con soggezione. Mi sembra di sentirla respirare.

Sale veloce l'Hidalgo, dopo poco sparisce. Fa la via. Resto sola. Piano, piano, i muscoli che tirano. La schiena, le braccia. Mi ricordo delle gambe: "Puntale! Punta le gambe, Ci, o ti sfianchi!'", mi gridavi, da giù. Sento il respiro più corto. Mi cerco. Inizio a tirare. Salgo.

In sosta. Uno strapuntino su cui ci stiamo a malapena seduti in due. C'è il tuo amico adesso con me. Voglio un bene dell'anima ai suoi occhi buoni. Facciamo due conti: ora facciamo settantasei anni in due. Ci siamo conosciuti che ne facevamo sessantasei. Gli sono da poco spuntati dei bellissimi fili d'argento tra la barba.

"Allora. Voglio sentire da te, com'è andata lassù", mi fa. Glielo dico. Ripercorro, ricostruisco, ricordo: mi spunta addirittura un sorriso. Ripenso poi a come non avrei voluto vederti e invece. Mi viene anche da piangere, dopo. Il cielo cambia, mi ricordo della parete. Non voglio scendere. L'Hidalgo si rimette in piedi. Rido. Salgo. Tiro. Arrivo. Chiudo.

sabato 13 luglio 2013

אמת

Sarà che ha ragione Vicio, compagno di scampanellate a orari improponibili e albe viste insieme. Di interminabili passeggiate in bici, di riflessioni, di idee, di discussioni, di avvicinamenti e allontanamenti.  Di suonate e versi. Di vino e poeti. Ha ragione, Vicio: non so elaborare il lutto. Non sono in grado, ho sufficiente onestà intellettuale da riconoscerlo. Non so se esista, effettivamente, un metodo. Ma la realtà va accettata. A questo punto, con serenità, anche.

Passano i mesi, si alternano stagioni. Non ci sei più. Nessuno può farci niente. Nessuno può fare altro, per me. Tutti hanno fatto tutto e dato tutto quello che umanamente  si possa dare. Me lo devo tenere e basta, questo dolore, questo masso dentro.

Passano i mesi, passa il tempo. Più passa, più realizzo il vuoto che hai creato. La voragine, che non c’è niente che possa colmarmela. Giornate sembra addormentata. Poi si sveglia, di colpo. Parte dalle gambe, non le sento più, poi sale e lo stomaco si chiude, poi stringe il cuore – forte, lo stringe – da gridare “basta, me lo scoppi, così!”. Non si arresta davanti a niente, fino a prendermi la testa. E allora mi sento impazzire. Dove sei? A questo punto finiscimi, ti prego. Mi ritrovo disperata, senza via di uscita, con la sensazione che non ci sia più niente da fare qui. Che non ci sia niente per cui valga veramente la pena. Dimmi come posso fare. Dovrei lasciarti in pace, forse è cieco egoismo. È possesso. Ma non posso dimenticarti, non voglio. Non posso credere sia successo davvero a te.

Io li vedo, i tuoi occhi, me li ritrovo davanti. Anche ora. Ti vedo quando inavvertitamente mi trovo assorta in quelli di qualcun altro. Li vedo quando mi guardo allo specchio. Continuo a cercarteli.

Ultimamente mi vieni a trovare, di notte. In un tempo sospeso facciamo cose semplici. Come era. Parliamo, a colazione, mi spalmi la marmellata su una fetta biscottata, salgo in macchina, scoppio a ridere perché chissà come ti è venuto di metterci dentro quel dannatissimo deodorante, che ormai non sappiamo più come liberarcene. Apro i finestrini. Rido, ridi. Ci perdiamo a guardarci. Sorridiamo. Ci perdiamo l’uno nell’altra. Poi mi sveglio. Ed è inverno. È inferno.

Non è ebraico, non è sano, non è razionale, non è giusto, non è sopportabile, non è tollerabile, non è giustificabile. Mi riempio le giornate, di impegni, di volti. Ma, onestamente, lucidamente, niente importa, non c’è nulla che mi interessi davvero. Realizzo che, in fondo, faccio cose che non vedo l’ora di poterti raccontare, di poter condividere con te. Chi mi ama inizia a malsopportarti.

Qualche sera fa, a centinaia di chilometri da Milano, persone che non vedevo da un anno mi hanno chiesto di te. Non hanno saputo niente e con una naturalezza da mettere i brividi mi hanno chiesto dove fossi. Perché non passa questo dolore, perché non si affievolisce, perché si spalanca e si espande sempre di più? Come faccio, senza i tuoi occhi? Non mi fanno più dormire.

lunedì 13 maggio 2013

Stelutis Alpinis

Succede. Anche quando pensi di non essere pronta. "Da' retta, Querida: quando si dice 'forse', si è già innamorati": prima di ripartire la mia Sorella nell'arte mi lascia con un bacio in fronte e la promessa di prendermi cura di me, di mangiare, di ridere tanto, di andarlo a trovare presto, di studiare le declinazioni dei verbi e di fare "chaim", di fare "vita".

Accendo il pc, mi telefona la mia amica. Ti guardo mentre cammini, di spalle, col tuo cappellino rosso e gli scarponi: c'è la neve intorno e un panorama mozzafiato di quelli che ti toglievano il respiro, davanti. Momenti mi squarci il cuore, altri mi scappa da ridere, come quando ripenso ai tuoi caffettacci tremendi e agli accessi di testardaggine. Chissà se avresti voluto che ti portassero via, da dove ti ha inghiottito. Non sono venuta a salutarti, non ho voluto vederti chiuso in una bara. Ne parlo con lei, ci sentiamo una cosa sola.

"Se un mattino tu verrai fino in cima alle montagne troverai una stella alpina che è fiorita sul mio sangue. Per segnarla c'è una croce, chi l'ha messa non lo so. Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò. Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò.
Tu raccogli quella stella che sa tutto del tuo amore, sarai l'unica a vederla e a nasconderla sul cuore. Quando a sera sarai sola non piangere perché nel ricordo vedrai ancora tu e la stella insieme a me. Tu e la stella insieme a me".

lunedì 1 aprile 2013

Quando senti il sole

"A costo di appenderti e di tirarti su io". Anche se mi ha sfondato il cuore?, chiedo al telefono al mio amico da Roma, a cui ha portato via il padre. "Te la devi riprendere o non ne esci più", mi dice mio babbo, anni di soccorso alpino e amici visti inghiottire. Lo sento da me, che è ora di tornare a sentirmela addosso, la montagna. Di fare i conti contro la roccia, di urlarle contro e di riacquistarne fiducia. Come di colpo, nel mezzo di una mattina di sole, guardandomi allo specchio: richiamo, bisogno di fisicità esclusivo, di lasciarsi penetrare. Anche se mi basta pensarla per sentire ancora dolore. Anche se no, non la posso perdonare. Riparto dalle mie, infatti: affetti, silenzio, aria, nodi alla corda. Le mani, la magnesite.

Entra Pesach, esco dal mio Egitto ed è bellissimo. Capisco finalmente quello di cui voglio occuparmi, di chi voglio circondarmi. Poi arriva finalmente anche Shabbat ma Milano perde Jannacci. Ci sale una gran voglia di trovarci a cantare, andiamo dall'Hidalgo. Cominciamo a farlo dalla tromba delle scale: "E allora sarà ancora bello quando ti innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori...". Racconto di un primo maggio di qualche anno fa, quando Enzo ha improvvisato un breve concerto alla palazzina Liberty. Lo stesso angolo di Milano dove nel 1974 ha suonato insieme ad altri per festeggiare la vittoria al referendum per il divorzio. Andarlo a salutare ci è sembrato doveroso.

Entra nel vivo anche l'ultima fatica dell'Errante, che esce in settimana. Due anni di sudori e notti in bianco, hard-disk scarrozzati in giro e testate nei muri, riunioni e discussioni, crisi e pause, litigi e comunioni. Alla fine, è fatta. "E non ci credi ancora. Ne sei venuto fuori e non ci credi ancora. E c'hai la pelle d'oca e non ci credi ancora".

martedì 19 febbraio 2013

Purim

Ti vedo, d'un tratto. Davanti ai miei occhi. Mi sorridi ed io cerco di guardare nei tuoi, venendoti incontro. Sei vestito come l'ultima volta. Allora non è niente!, mi dico, "Sei tornato!", ti dico. Ma allora rientra la realtà. Grido, come non potendo fare altrimenti, e mi sveglio seduta sul letto. Ho svegliato anche l'Errante, che mi cinge con un braccio. Ho svegliato Sansone, che arriva e mette il muso nel palmo della mia mano, che penzola dal bordo. Resto immobile, stesa su un lato. Guardo davanti a me, poca luce filtra dalla tapparella, penso che non passa.

Ultima settimana di campagna elettorale, la più brutta di quelle che ricordi. In compenso, per la prima volta e finalmente, voterò a Milano. E la cosa mi emoziona. Tra chi parte per Eretz, chi si cimenta con la Meghillat, chi prepara le Orecchie di Aman, anche Purim è alle porte. È già Purim. Il sovvertimento delle sorti. Arriverai primavera, ah se arriverai.

lunedì 28 gennaio 2013

אֲנַ֫חְנוּ

"Faceva freddo. Il vento
mi tagliava le dita.
Ero senza fiato. Non
ero mai stato più contento".
Giogio Caproni, 'Allegria'

Neanche tre mesi, eppure pesanti anni.

All'Errante, appena riapprodato a Milano.
A me.

lunedì 21 gennaio 2013

La morte (non esiste più)

Ricordarti. Tenerti a mente, senza piangerti, senza la pretesa di volerti riavere qui, questo mi viene detto. Ricordarti, tenerti presente, pronunciare il tuo nome. Tenerlo vivo legandolo a un progetto, a un'iniziativa, forse a un premio, a una borsa di studio. Io, che non posso neanche chiedere il Kaddish.

Sotto casa tua, con la testa rivolta verso le tue finestre, a occhi chiusi, da immaginarle aperte. Più forte dell'amore è la morte. Ma quello che io provo per te, è la morte della morte. 

martedì 11 dicembre 2012

Lezioni di poesia

Mi passano accanto, per strada, macchine strombazzanti sormontate da improbabili hanucchiot illuminate a giorno. Passano, strombazzano, fanno allegria e un ragazzo mi grida dal finestrino "Buona festa di Chanukkà!". "Hag Sameach!", gli urlo. Lui allora si sbraccia, mi saluta, la macchina sfreccia, io penso alla sera a Tel Aviv.

Da quando non ci sei il blu non è più blu, il rosso non è più rosso, il sole scoperto dalla tapparella al mattino non mi dà niente, Milano mi sembra inutilmente grande e vuota.

Stasera mi passa uno di quei momenti terribili per cui nessuno può fare niente per tirarmi fuori. Ora mi alzo, metto due cose in borsa per la notte e vado a citofonare all'Hidalgo. Che mi addormenti suonando qualcosa. E se riesco a tenere i pensieri lontano da tutte le cose che mi fanno male, non riesco a tenerli lontano da te.

sabato 1 dicembre 2012

Per amor del cielo

"Non te l'ho detto prima per metterti al riparo da questo dolore che ti sta mandando ai pazzi". Si scusa, la mia amica, senza tregua. Mi ripete insistentemente di perdonarla e che no, non ci ha pensato che l'avrei letto dall'Ansa e che il cuore si sarebbe gonfiato di angoscia e che il respiro mi si sarebbe spezzato. E ora che l'ho ribaltata di parole e grida furiose addosso mi rendo conto che sì, in effetti ci aveva visto giusto.

Devi resistere, ce la devi fare perché non può essere altrimenti. In questo attendere fatto di angoscia ripenso  all'ultima volta in cui ci siamo visti: hai chiesto, a un certo punto, se facevi ancora in tempo ad innamorarti da perdere la testa. Sì, ti abbiamo detto con insistenza: si tratta solo di saper aspettare.

Questa, invece, di attesa è cattiva e stritola ed è da tenerle testa ogni ora che passa, di più. Il tempo si riempie di futilità e allora la testa fa fronte al cuore che ha paura e teme l'inaccettabile. Appena torni io vengo ad abbracciarti e a travolgerti con questa lista di cose da fare insieme, di momenti da condividere che si allunga, nella mia mente, di ora in ora. Un aiuto, come antidoto, come un balsamo. Che quest'attesa non avveleni il cuore e non ci lasci impazzire soli.

lunedì 19 novembre 2012

Jewish & the city

"Perché hai preso i biglietti per quattro quando siamo soli io e te?" - "Per avere uno spazio vitale, Querida. Ora stai buona che devo godermi anche gli odori, di questo film". La mia sorella nell'arte mi viene a prendere fuori dalla redazione e mi porta al cinema. Siamo reduci da giornate difficili, che ci prendono la testa e la bocca dello stomaco: nervi da tenere a bada, persone che non avresti detto mai che mostrano il lato peggiore di loro stesse e più miope; partigianeria fine a se stessa e parole lanciate come pietre senza un minimo di retroterra culturale. Non parlo mai di cose che non so e nelle discussioni lo ammetto serenamente, quando accade: Israele ha risposto ai razzi di Hamas e da giorni mi porto addosso questo malessere che riesco a condividere solo con pochissime persone. Che non parlano a sproposito, conoscono appieno la materia, ne soffrono e ragionano con cognizione di causa - anche a costo di feroci discussioni -, che magari non la vedono come me, non la sentono come me, ma che riescono ad esprimere le proprie opinioni con rispetto e con volontà di capire. E il confronto diventa allora davvero costruttivo e, pur nella ricerca di responsabilità, nessuno sente a prescindere la necessità di dover difendere nessun altro: perché in genere si difendono i colpevoli. E in questo caso ciascuna delle parti sente di aver le proprie ragioni. Per il resto trovo sia assolutamente condivisibile il fondo di Pier Luigi Battista comparso sul Corriere della Sera sabato scorso: "Le bombe sono tutte sporche, come la guerra. (...) La tragedia di Gaza non è senza responsabili".

Il concetto di "spazio vitale" mi riporta alla mente gli ultimi sessant'anni di Storia. L'Errante è partito, non ce la faceva a stare lontano. Per un attimo mi torna in mente la sua mamma, quando d'istinto mi ha aperto il frigo per controllare gli scomparti mentre io non capivo dove volesse andare a parare. I miei amici intanto al telefono e via mail mi raccontano di rifugi e sirene, di riservisti richiamati dal kibbutz, di persone a faccia in terra come riflesso incondizionato. Sull'altro versante, ancora altri scempi. Mi torna in mente il "bubele!" (lett. "tesoruccio!") dei nonni e che domenica il mio moré  mi ha detto di non aver mai sentito, nemmeno tra gli ashkenatzim. Allora sono entrata in libreria, la panacea di stasera si chiama Mordecai Richler, 'Quest'anno a Gerusalemme'(Adelphi):
- "Myer, nelle tue notti insonni, non pensi mai che è un peccato che noi quattro non abbiamo fatto aliyah insieme?"
- "Per poi vivere in un kibbutz? Jerry avrebbe rubato le uova sotto il sedere delle galline e sarebbe andato a venderle per la strada".
- "Non doveva essere per forza un kibbutz. Avremmo potuto fare affari insieme a Tel Aviv".
- "Ci sono stato, grazie tante. Se ci vai, non dimenticarti di portarti dietro i panini. Oppure non mangiare niente se non nei ristoranti arabi".
Ecco, basta investirmi di parole: non ditene altre, che non siano d'amore.

mercoledì 7 novembre 2012

Nuotando nell'aria

Devo alla libreria Luxemburg di Torino profonda gratitudine per avermi fatto scoprire Aharon Appelfeld. Quello è ormai uno dei miei posti dell'anima. "Appelfeld? Il più grande - mi dice il mio amico Angelo - Grossman, Yehoshua... Vedrai, niente a che vedere, un'altra cosa". Da lì a breve scopriamo che avrebbe partecipato a Torino Spiritualità: purtroppo, non ce l'abbiamo fatta ad esserci, per la serata in programma alla Cavallerizza Reale. Così ho iniziato, a mo' di consolazione, il suo "Storia di una vita": uno dei libri più belli mai scritti. Intenso, talmente forte da sentirtelo sulla pelle, da sentirla tua quella testimonianza, uno straordinario esempio di letteratura che si fa bene comune, patrimonio collettivo, esperienza universale, profondamente umana eppure assolutamente intima. Altro dal resto, letto e scritto. Si sente il respiro, è carne viva la scrittura di Appelfeld.

Pagine su pagine, di un progetto che ormai è tela di Penelope, di vita presa dagli eventi, assorbita dai pensieri, dalle decisioni da prendere. Resto qua, comunque. Anche ora che Roma s'è presa l'Errante. Glielo affido come fossero i miei occhi. In fondo, l'Errante fa comunque l'errante, cambia niente, mica. La bella mostra di Guttuso: "I funerali di Togliatti", il "Padre Giotto", "Gott mit Uns". Poi il Ghetto e quell'aria di casa, i pranzi da "Notta Betta". Milano. E non è facile, dovresti credermi, sentirti qui con me. Cos'è che manca?

domenica 16 settembre 2012

Shanà Tovà

Con l'augurio e la speranza che sia un anno davvero buono e pieno di senso. Un anno in cui prevalga la giustizia, la verità, l'accettazione del diritto di ciascuno di vivere liberamente col solo vincolo della libertà altrui. Un anno in cui potersi concentrare di più sulla crescita individuale e collettiva. Un anno di rinnovamento e di continuità, di sviluppo e di approfondimento per tutti noi.

Sarà durissima ma sento che ce la posso fare. A noi due, 5773.
Shanà Tovà Umetukà

venerdì 7 settembre 2012

Nostro anche se ci fa male

In nulla riesce l'Onu, né la Lega Araba. Emergenza umanitaria, dice la Croce Rossa. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia l'allarme - sono migliaia di migliaia - come altrettanti sono i bambini, dice l'Unicef, fagocitati e travolti dalla guerra che sta insanguinando la Siria. Perché di guerra si tratta: la chiamano crisi, conflitto, violenze, ondata di violenze. Non molto tempo fa, era tra quelle nazioni in cui l'Occidente illuminato riscontrava segnali di primavere, mai arrivate da nessuna parte, mi pare. Tempo fa - quattrordici mesi fa, per l'esattezza - incontrai a un convegno sull'integrazione un ragazzo figlio di genitori siriani. Raccontava di Aleppo, posto da mille e una notte, gli dicevano gli occhi. Non ricordo il nome, non saprei come arrivare a lui adesso, ma quanto vorrei leggerglielo ancora nello sguardo.

Come si fa a dormire sonni sereni in quelle che in altri anni, e davanti ad altre barbarie, Primo Levi chiamava "le vostre tiepide case"? Quei corpi senza più calore, quelli dei morti siriani, pesano sulle nostre coscienze. Su ciascuno di noi, perché nessuno fa niente per fermare lo scempio e si è tutti bravissimi a fingere che non ci riguardi.

Gli Yamim Noraim si avvicinano. Mi guardo dentro, cerco confini, misuro limiti, poi li accantono, pensando ai miei prossimi, a quello che è altro da me. L'Errante è via, stasera. Con la mia sorella nell'arte guardiamo per la trilionesima volta "Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar: tra tutti i suoi film, quello finora ineguagliato. Penso all'Hidalgo, che continua invece ad aggirarsi per gli Abruzzi: panorami, primi freddi, ratafià e il museo di John Fante. Tempo d'armistizio, mi dico. In fondo, sono anche casa sua.

martedì 14 agosto 2012

Girotondo

In macchina, in tre, nei dintorni de L'Aquila: Ottocento e poi re Carlo, che tornava anche allora da Poitier. Ti ritrovo dieci anni dopo, in un paese nel cuore della Marsica, nel cortile di un castello di cui ignoravo l'esistenza fino a tre ore prima, raro gioiello che il terremoto - l'altro, il nostro - ha voluto in piedi: come faccio a dirti che di te serbo un ricordo splendido? Sul palco, interpreti brani - con altri, tra gli altri - di Silone e Flaiano e Ovidio e Janni: un reading di letture dedicate all'Abruzzo, che ha selezionato Dacia Maraini. Accanto ho la mia sorella vera e davanti agli occhi anche Piera Degli Esposti, che ha letto un brano di Natalia. La ritrovo la sera dopo, la mia Natalia Ginzburg: un estratto di pochi secondi di una sua intervista saltata fuori da chissà quale teca Rai, mentre vengo accolta in una vecchia cucina di Santo Stefano di Sessanio. Quello stesso pomeriggio la voce di Franco Battiato risuonava da dentro il nero di una vecchia cantina. E ancora Faber, con Boccadirosa, a Castelli, mentre un vecchio artigiano creava sotto i miei occhi un piatto, girando il tornio col piede. In mente avevo Chi si muove con grazia di Nelo Risi.

Estate di grandi ritorni, di compagnie di vita e di viaggio, di pezzi di famiglia e di storia strappati all'oblio e alle erbacce, nelle nostre Spoon River di montagna. Il Gran Sasso, finalmente, e i giganti di verde e pietra che custodiscono pace e persone, posti dove i telefoni non prendono, la mente si svuota, lo sguardo si perde, l'Errante è solo un ragazzo sveglio e ogni cosa si fa leggera: il vento di Campo Imperatore, che porta in alto, come aquiloni.

lunedì 25 giugno 2012

Bye bye, Babele

Si chiama "Esperanto" l'ultimo capitolo di  Tra amici, opera di Amos Oz da poco pubblicata da Feltrinelli, tra le sue che amo di più. Una storia che va a incastonarsi a meraviglia tra le altre che raccontano la vita al kibbutz Hulda. Ci sono i ricordi dentro, suoi che diventano anche miei. Ci sono i miei nonni e mio papà e allora sento l'impellenza di fare aliyah nonostante l'Errante scuota la testa e sorrida: "Come vuoi che te lo dica, in esperanto?", gli avrebbe chiesto tra il serio e il faceto la mia maestra Rita.

Esperanto e bye bye, Babele. Lo dico e la mia amica traduttrice mi guarda allarmata dallo spettro dell'ipotetica disoccupazione, angosciata come l'avessi messa a sedere su un timer a orologeria. Lo dico e penso alla mia sorella nell'arte insultato per strada a Roma mentre Milano ritrova il suo festival Mix, quest'anno alla 26esima edizione, sempre con una rassegna di film emozionanti e di qualità.

Esperanto, tanto per riuscire a rendere ovvio e scontato a chicchessia che i diritti civili sono diritti universali e che come tali spettano a ciascuno e che non c'è giustizia né Stato civile finché siano appannaggio solo di alcuni.

Esperanto, ha la stessa radice di "esperanza".

venerdì 1 giugno 2012

Di certe nostre sere

La chiave gira nella toppa e resto immobile, tanto non me l'aspettavo. Ti porti addosso l'Emilia e la fatica dei suoi racconti e sussulti al passaggio del tram e quando il cane ti si infila sotto la sedia, urtandola. Eccola Milano, che accoglie di suo, figuriamoci quando si torna di Shabbat. Racconti che si intrecciano e parole dette piano. Si muovono e c'incantano le ore, come le onde del mare.

lunedì 21 maggio 2012

Amarcord

Da Visconti a Scola, da Monicelli ad Amelio, da Matarazzo a Garrone. La sezione dedicata ai film che raccontano gli italiani è quella davanti a cui mi soffermo di più. La mostra più bella dell'anno e che vorrei tanto un figlio per potercelo portare si chiama Fare gli italiani, 150 anni di Storia nazionale, ed è alle OGR-Officine Grandi Riparazioni di Torino. Mi appoggio alla balconata del piccolo anfiteatro, le pellicole vanno in loop e piango, piango e piango come fossi da sola. Sarà che sto invecchiando ma no, non trovo siano da nascondere, queste lacrime. Mi capita spesso, ultimamente: come durante Pro Patria di Ascanio Celestini (in scena fino al 27 maggio al Teatro Grassi di Milano), l'altra sera a una mostra, leggendo, ascoltando una voce che esce dal telefono. C'è stato un tempo in cui non lo facevo mai, ora sono grata a chi mi ha fatto riscoprire che l'emozione è tutto nella vita.

Dal resto mi son sentita avvolta -gli spazi-, ho provato malessere profondo -le divise nere dei fascisti e le copertine de 'La difesa della razza'-, emozionata -scovando all'improvviso una ketubà-, rabbiosa di quella rabbia che nasce dal dolore e dall'impotenza -nella sezione dedicata alle vittime delle mafie-. Tra le storie, che ho scelto di farmi raccontare, quelle di Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, di cui ho la fortuna di occuparmi grazie a un progetto che sto seguendo in questo periodo.

Brindisi, Ferrara, L'Aquila, in tre giorni: l'Errante fa l'Errante e la cosa che più gli invidio stasera è che dorme a casa dai miei. Da sola non ci volevo stare e una bella combriccola sconclusionata si è autoconvocata a casa mia: chi scrive, chi legge, chi si innervosisce perché c'è troppo casino in poco spazio e così non si può lavorare, chi prepara spaghetti, chi mi fischietta Nino Rota. "Simili con simili": pensare quant'ho riso quando me l'ha detto un mio direttore la prima volta. Quanto mi fa bene ripensare ora a quella lezione di vita quando faccio fatica a farmi capire.

martedì 8 maggio 2012

Compagni di viaggio

In una città dove tutto è possibile, un ragazzo e una ragazza, che si incontrano in un bar per single, cercano l'impossibile: il parcheggio in una delle zone centrali e residenziali della città. I due, che vogliono passare la notte insieme a casa di lei, continuano a girare per ore, tra le strane figure di uomini e donne che popolano la Tel Aviv notturna, confrontandosi in lunghe conversazioni che svelano i sentimenti e le paure. Un viaggio, lungo una notte, alla ricerca di un posto per la macchina e per il cuore*.

La missione di questa settimana è sopravvivere a Torino. Maggio ci toglie sonno e riposo e il difficile arriverà  quando l'altro riprenderà il volo verso chissà dove. La storia ci riporta a un anno e mezzo fa, quando abbiamo passato la notte cercando friarielli, dopo una scommessa, per i mercati generali di Milano. "Come ingannare il tempo che resta?", mi è stato chiesto oggi. Non lo inganniamo mica, lo viviamo: ad esempio riempiendoci gli occhi e i discorsi di questi film stupendi in rassegna all'Oberdan, la selezione del Pitigliani Kolno'a Festival. Le radici che tirano, la nostalgia che coccola, la provvisorietà annientata. Basta cercare risposte, abbiamo ancora parole da scegliere.

* Dal programma 'Nuovo cinema israeliano' (Milano, Spazio Oberdan 6-10 maggio) sul film "2 night" di Roi Werner - CDEC, PKF, Fondazione Cineteca Italiana