Mi passano accanto, per strada, macchine strombazzanti sormontate da improbabili hanucchiot illuminate a giorno. Passano, strombazzano, fanno allegria e un ragazzo mi grida dal finestrino "Buona festa di Chanukkà!". "Hag Sameach!", gli urlo. Lui allora si sbraccia, mi saluta, la macchina sfreccia, io penso alla sera a Tel Aviv.
Da quando non ci sei il blu non è più blu, il rosso non è più rosso, il sole scoperto dalla tapparella al mattino non mi dà niente, Milano mi sembra inutilmente grande e vuota.
Stasera mi passa uno di quei momenti terribili per cui nessuno può fare niente per tirarmi fuori. Ora mi alzo, metto due cose in borsa per la notte e vado a citofonare all'Hidalgo. Che mi addormenti suonando qualcosa. E se riesco a tenere i pensieri lontano da tutte le cose che mi fanno male, non riesco a tenerli lontano da te.
"Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti". Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter
martedì 11 dicembre 2012
sabato 1 dicembre 2012
Per amor del cielo
"Non te l'ho detto prima per metterti al riparo da questo dolore che ti sta mandando ai pazzi". Si scusa, la mia amica, senza tregua. Mi ripete insistentemente di perdonarla e che no, non ci ha pensato che l'avrei letto dall'Ansa e che il cuore si sarebbe gonfiato di angoscia e che il respiro mi si sarebbe spezzato. E ora che l'ho ribaltata di parole e grida furiose addosso mi rendo conto che sì, in effetti ci aveva visto giusto.
Devi resistere, ce la devi fare perché non può essere altrimenti. In questo attendere fatto di angoscia ripenso all'ultima volta in cui ci siamo visti: hai chiesto, a un certo punto, se facevi ancora in tempo ad innamorarti da perdere la testa. Sì, ti abbiamo detto con insistenza: si tratta solo di saper aspettare.
Questa, invece, di attesa è cattiva e stritola ed è da tenerle testa ogni ora che passa, di più. Il tempo si riempie di futilità e allora la testa fa fronte al cuore che ha paura e teme l'inaccettabile. Appena torni io vengo ad abbracciarti e a travolgerti con questa lista di cose da fare insieme, di momenti da condividere che si allunga, nella mia mente, di ora in ora. Un aiuto, come antidoto, come un balsamo. Che quest'attesa non avveleni il cuore e non ci lasci impazzire soli.
Devi resistere, ce la devi fare perché non può essere altrimenti. In questo attendere fatto di angoscia ripenso all'ultima volta in cui ci siamo visti: hai chiesto, a un certo punto, se facevi ancora in tempo ad innamorarti da perdere la testa. Sì, ti abbiamo detto con insistenza: si tratta solo di saper aspettare.
Questa, invece, di attesa è cattiva e stritola ed è da tenerle testa ogni ora che passa, di più. Il tempo si riempie di futilità e allora la testa fa fronte al cuore che ha paura e teme l'inaccettabile. Appena torni io vengo ad abbracciarti e a travolgerti con questa lista di cose da fare insieme, di momenti da condividere che si allunga, nella mia mente, di ora in ora. Un aiuto, come antidoto, come un balsamo. Che quest'attesa non avveleni il cuore e non ci lasci impazzire soli.
lunedì 19 novembre 2012
Jewish & the city
"Perché hai preso i biglietti per quattro quando siamo soli io e te?" - "Per avere uno spazio vitale, Querida. Ora stai buona che devo godermi anche gli odori, di questo film". La mia sorella nell'arte mi viene a prendere fuori dalla redazione e mi porta al cinema. Siamo reduci da giornate difficili, che ci prendono la testa e la bocca dello stomaco: nervi da tenere a bada, persone che non avresti detto mai che mostrano il lato peggiore di loro stesse e più miope; partigianeria fine a se stessa e parole lanciate come pietre senza un minimo di retroterra culturale. Non parlo mai di cose che non so e nelle discussioni lo ammetto serenamente, quando accade: Israele ha risposto ai razzi di Hamas e da giorni mi porto addosso questo malessere che riesco a condividere solo con pochissime persone. Che non parlano a sproposito, conoscono appieno la materia, ne soffrono e ragionano con cognizione di causa - anche a costo di feroci discussioni -, che magari non la vedono come me, non la sentono come me, ma che riescono ad esprimere le proprie opinioni con rispetto e con volontà di capire. E il confronto diventa allora davvero costruttivo e, pur nella ricerca di responsabilità, nessuno sente a prescindere la necessità di dover difendere nessun altro: perché in genere si difendono i colpevoli. E in questo caso ciascuna delle parti sente di aver le proprie ragioni. Per il resto trovo sia assolutamente condivisibile il fondo di Pier Luigi Battista comparso sul Corriere della Sera sabato scorso: "Le bombe sono tutte sporche, come la guerra. (...) La tragedia di Gaza non è senza responsabili".
Il concetto di "spazio vitale" mi riporta alla mente gli ultimi sessant'anni di Storia. L'Errante è partito, non ce la faceva a stare lontano. Per un attimo mi torna in mente la sua mamma, quando d'istinto mi ha aperto il frigo per controllare gli scomparti mentre io non capivo dove volesse andare a parare. I miei amici intanto al telefono e via mail mi raccontano di rifugi e sirene, di riservisti richiamati dal kibbutz, di persone a faccia in terra come riflesso incondizionato. Sull'altro versante, ancora altri scempi. Mi torna in mente il "bubele!" (lett. "tesoruccio!") dei nonni e che domenica il mio moré mi ha detto di non aver mai sentito, nemmeno tra gli ashkenatzim. Allora sono entrata in libreria, la panacea di stasera si chiama Mordecai Richler, 'Quest'anno a Gerusalemme'(Adelphi):
- "Myer, nelle tue notti insonni, non pensi mai che è un peccato che noi quattro non abbiamo fatto aliyah insieme?"
- "Per poi vivere in un kibbutz? Jerry avrebbe rubato le uova sotto il sedere delle galline e sarebbe andato a venderle per la strada".
- "Non doveva essere per forza un kibbutz. Avremmo potuto fare affari insieme a Tel Aviv".
- "Ci sono stato, grazie tante. Se ci vai, non dimenticarti di portarti dietro i panini. Oppure non mangiare niente se non nei ristoranti arabi".
Ecco, basta investirmi di parole: non ditene altre, che non siano d'amore.
Il concetto di "spazio vitale" mi riporta alla mente gli ultimi sessant'anni di Storia. L'Errante è partito, non ce la faceva a stare lontano. Per un attimo mi torna in mente la sua mamma, quando d'istinto mi ha aperto il frigo per controllare gli scomparti mentre io non capivo dove volesse andare a parare. I miei amici intanto al telefono e via mail mi raccontano di rifugi e sirene, di riservisti richiamati dal kibbutz, di persone a faccia in terra come riflesso incondizionato. Sull'altro versante, ancora altri scempi. Mi torna in mente il "bubele!" (lett. "tesoruccio!") dei nonni e che domenica il mio moré mi ha detto di non aver mai sentito, nemmeno tra gli ashkenatzim. Allora sono entrata in libreria, la panacea di stasera si chiama Mordecai Richler, 'Quest'anno a Gerusalemme'(Adelphi):
- "Myer, nelle tue notti insonni, non pensi mai che è un peccato che noi quattro non abbiamo fatto aliyah insieme?"
- "Per poi vivere in un kibbutz? Jerry avrebbe rubato le uova sotto il sedere delle galline e sarebbe andato a venderle per la strada".
- "Non doveva essere per forza un kibbutz. Avremmo potuto fare affari insieme a Tel Aviv".
- "Ci sono stato, grazie tante. Se ci vai, non dimenticarti di portarti dietro i panini. Oppure non mangiare niente se non nei ristoranti arabi".
Ecco, basta investirmi di parole: non ditene altre, che non siano d'amore.
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mercoledì 7 novembre 2012
Nuotando nell'aria
Devo alla libreria Luxemburg di Torino profonda gratitudine per avermi fatto scoprire Aharon Appelfeld. Quello è ormai uno dei miei posti dell'anima. "Appelfeld? Il più grande - mi dice il mio amico Angelo - Grossman, Yehoshua... Vedrai, niente a che vedere, un'altra cosa". Da lì a breve scopriamo che avrebbe partecipato a Torino Spiritualità: purtroppo, non ce l'abbiamo fatta ad esserci, per la serata in programma alla Cavallerizza Reale. Così ho iniziato, a mo' di consolazione, il suo "Storia di una vita": uno dei libri più belli mai scritti. Intenso, talmente forte da sentirtelo sulla pelle, da sentirla tua quella testimonianza, uno straordinario esempio di letteratura che si fa bene comune, patrimonio collettivo, esperienza universale, profondamente umana eppure assolutamente intima. Altro dal resto, letto e scritto. Si sente il respiro, è carne viva la scrittura di Appelfeld.
Pagine su pagine, di un progetto che ormai è tela di Penelope, di vita presa dagli eventi, assorbita dai pensieri, dalle decisioni da prendere. Resto qua, comunque. Anche ora che Roma s'è presa l'Errante. Glielo affido come fossero i miei occhi. In fondo, l'Errante fa comunque l'errante, cambia niente, mica. La bella mostra di Guttuso: "I funerali di Togliatti", il "Padre Giotto", "Gott mit Uns". Poi il Ghetto e quell'aria di casa, i pranzi da "Notta Betta". Milano. E non è facile, dovresti credermi, sentirti qui con me. Cos'è che manca?
Pagine su pagine, di un progetto che ormai è tela di Penelope, di vita presa dagli eventi, assorbita dai pensieri, dalle decisioni da prendere. Resto qua, comunque. Anche ora che Roma s'è presa l'Errante. Glielo affido come fossero i miei occhi. In fondo, l'Errante fa comunque l'errante, cambia niente, mica. La bella mostra di Guttuso: "I funerali di Togliatti", il "Padre Giotto", "Gott mit Uns". Poi il Ghetto e quell'aria di casa, i pranzi da "Notta Betta". Milano. E non è facile, dovresti credermi, sentirti qui con me. Cos'è che manca?
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domenica 16 settembre 2012
Shanà Tovà
Con l'augurio e la speranza che sia un anno davvero buono e pieno di senso. Un anno in cui prevalga la giustizia, la verità, l'accettazione del diritto di ciascuno di vivere liberamente col solo vincolo della libertà altrui. Un anno in cui potersi concentrare di più sulla crescita individuale e collettiva. Un anno di rinnovamento e di continuità, di sviluppo e di approfondimento per tutti noi.
Sarà durissima ma sento che ce la posso fare. A noi due, 5773.
Shanà Tovà Umetukà
Sarà durissima ma sento che ce la posso fare. A noi due, 5773.
Shanà Tovà Umetukà
venerdì 7 settembre 2012
Nostro anche se ci fa male
In nulla riesce l'Onu, né la Lega Araba. Emergenza umanitaria, dice la Croce Rossa. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia l'allarme - sono migliaia di migliaia - come altrettanti sono i bambini, dice l'Unicef, fagocitati e travolti dalla guerra che sta insanguinando la Siria. Perché di guerra si tratta: la chiamano crisi, conflitto, violenze, ondata di violenze. Non molto tempo fa, era tra quelle nazioni in cui l'Occidente illuminato riscontrava segnali di primavere, mai arrivate da nessuna parte, mi pare. Tempo fa - quattrordici mesi fa, per l'esattezza - incontrai a un convegno sull'integrazione un ragazzo figlio di genitori siriani. Raccontava di Aleppo, posto da mille e una notte, gli dicevano gli occhi. Non ricordo il nome, non saprei come arrivare a lui adesso, ma quanto vorrei leggerglielo ancora nello sguardo.
Come si fa a dormire sonni sereni in quelle che in altri anni, e davanti ad altre barbarie, Primo Levi chiamava "le vostre tiepide case"? Quei corpi senza più calore, quelli dei morti siriani, pesano sulle nostre coscienze. Su ciascuno di noi, perché nessuno fa niente per fermare lo scempio e si è tutti bravissimi a fingere che non ci riguardi.
Gli Yamim Noraim si avvicinano. Mi guardo dentro, cerco confini, misuro limiti, poi li accantono, pensando ai miei prossimi, a quello che è altro da me. L'Errante è via, stasera. Con la mia sorella nell'arte guardiamo per la trilionesima volta "Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar: tra tutti i suoi film, quello finora ineguagliato. Penso all'Hidalgo, che continua invece ad aggirarsi per gli Abruzzi: panorami, primi freddi, ratafià e il museo di John Fante. Tempo d'armistizio, mi dico. In fondo, sono anche casa sua.
Come si fa a dormire sonni sereni in quelle che in altri anni, e davanti ad altre barbarie, Primo Levi chiamava "le vostre tiepide case"? Quei corpi senza più calore, quelli dei morti siriani, pesano sulle nostre coscienze. Su ciascuno di noi, perché nessuno fa niente per fermare lo scempio e si è tutti bravissimi a fingere che non ci riguardi.
Gli Yamim Noraim si avvicinano. Mi guardo dentro, cerco confini, misuro limiti, poi li accantono, pensando ai miei prossimi, a quello che è altro da me. L'Errante è via, stasera. Con la mia sorella nell'arte guardiamo per la trilionesima volta "Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar: tra tutti i suoi film, quello finora ineguagliato. Penso all'Hidalgo, che continua invece ad aggirarsi per gli Abruzzi: panorami, primi freddi, ratafià e il museo di John Fante. Tempo d'armistizio, mi dico. In fondo, sono anche casa sua.
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martedì 14 agosto 2012
Girotondo
In macchina, in tre, nei dintorni de L'Aquila: Ottocento e poi re Carlo, che tornava anche allora da Poitier. Ti ritrovo dieci anni dopo, in un paese nel cuore della Marsica, nel cortile di un castello
di cui ignoravo l'esistenza fino a tre ore prima, raro gioiello che il
terremoto - l'altro, il nostro - ha voluto in piedi: come faccio a dirti che di te serbo un ricordo splendido? Sul palco, interpreti brani - con altri, tra gli altri - di Silone e Flaiano e Ovidio e Janni: un reading di letture dedicate all'Abruzzo, che ha selezionato Dacia Maraini. Accanto ho la mia sorella vera e davanti agli occhi anche Piera Degli Esposti, che ha letto un brano di Natalia. La ritrovo la sera dopo, la mia Natalia Ginzburg: un estratto di pochi secondi di una sua intervista saltata fuori da chissà quale teca Rai, mentre vengo accolta in una vecchia cucina di Santo Stefano di Sessanio. Quello stesso pomeriggio la voce di Franco Battiato risuonava da dentro il nero di una vecchia cantina. E ancora Faber, con Boccadirosa, a Castelli, mentre un vecchio artigiano creava sotto i miei occhi un piatto, girando il tornio col piede. In mente avevo Chi si muove con grazia di Nelo Risi.
Estate di grandi ritorni, di compagnie di vita e di viaggio, di pezzi di famiglia e di storia strappati all'oblio e alle erbacce, nelle nostre Spoon River di montagna. Il Gran Sasso, finalmente, e i giganti di verde e pietra che custodiscono pace e persone, posti dove i telefoni non prendono, la mente si svuota, lo sguardo si perde, l'Errante è solo un ragazzo sveglio e ogni cosa si fa leggera: il vento di Campo Imperatore, che porta in alto, come aquiloni.
Estate di grandi ritorni, di compagnie di vita e di viaggio, di pezzi di famiglia e di storia strappati all'oblio e alle erbacce, nelle nostre Spoon River di montagna. Il Gran Sasso, finalmente, e i giganti di verde e pietra che custodiscono pace e persone, posti dove i telefoni non prendono, la mente si svuota, lo sguardo si perde, l'Errante è solo un ragazzo sveglio e ogni cosa si fa leggera: il vento di Campo Imperatore, che porta in alto, come aquiloni.
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